L'esodo/ Quando Brindisi, 25 anni fa, scoprì d'avere un cuore d'oro

Domenica 6 Marzo 2016 di Tea SISTO

Li vediamo ogni giorno da anni, davanti ai nostri occhi, in televisione, sui giornali, sui social. Profughi disperati, in fuga dalla fame e dalle guerre. Guardiamo inorriditi tragedie, foto shock di bambini morti e spiaggiati. Ci vergogniamo per quei fili spinati, per quelle frontiere chiuse dell’Europa e presidiate da soldati armati che minacciano poveri vecchi, intere famiglie, mamme con neonati in braccio, stanche e debilitate, persino invalidi in carrozzella che la forza della disperazione ha portato a percorrere decine e decine di chilometri. Gli esodi biblici continuano, l’accoglienza e la solidarietà umana sono optional che i governi europei non concedono. E allora ci ritorna in mente il giorno, lontano un quarto di secolo fa, quando tutto cominciò: 7 marzo 1991. Da allora nulla è stato più come prima, né per Brindisi, che quel bel pezzo di storia se lo visse per intero e da sola, né per il resto del mondo che ci guardava sbalordito e attento. (foto di Damiano Tasco)
 



 Il muro di Berlino era stato demolito da circa un anno e qualche avvisaglia c’era già stata allora, quando 4mila albanesi si rifugiarono nelle ambasciate straniere a Tirana per chiedere ovunque asilo politico. Furono portati a Brindisi e da qui, tempo pochi giorni, salirono in parte sui treni per la Germania. Gli altri andarono a Restinco prima della destinazione definitiva. Organizzazione perfetta. Non ci aspettava altro. Ma altro ci fu. Chiamatelo pure inferno, ma sappiamo tutti che fu un assaggio di paradiso nella concezione più laica del termine. Una prima imbarcazione, la “Paniot Papa”, con 141 albanesi a bordo era arrivata a mezzanotte del 5 marzo. Situazione gestibile, ma in prefettura si sapeva che non era finita lì. Trenta minuti dopo c’erano nel nostro porto altri 600 abitanti del Paese delle Aquile sbarcati dalle nave “Alba”. E poi ancora il giorno dopo altre due imbarcazioni, una motonave e un peschereccio: oltre 300 persone. Il 7 marzo l’inaspettato: due navi e una chiatta non lontani dal porto. La prima nave la “Liriya” contiene quattromila persone stipate, ammucchiate l’una sull’altra. Hanno trascorso tre giorni in mare, compresi i bambini, senza acqua né cibo. Grappoli umani. Nessuno aveva mai visto prima nulla del genere. Qualche profugo si butta in mare per raggiungere a nuoto le banchine. Il piano dei soccorsi è pronto da tempo. Le sirene delle ambulanze scuotono la città. E poi ancora navi militari, mercantili, pescherecci che arrivano a poche ore uno dall’altro. Imbarcazioni in condizioni talmente precarie che si fa fatica ad immaginare che abbiano potuto attraversare l’Adriatico. Non si possono elencare tutte. Ma in sole trenta ore erano sbarcate a Brindisi 24 imbarcazioni, senza contare le zattere costruite con qualche asse di legno legato a botti di plastica. Una flotta infinita di relitti del mare stracolmi di umanità.
Quanti erano? Ventimila, si disse subito. Poi i conti cambiarono: Brindisi, la più piccola città capoluogo di provincia pugliese, 80mila abitanti, era stata invasa da 30mila albanesi, gente esausta, affamata, ferita, senza un soldo in tasca, disidratata, semiassiderata, con addosso indumenti che non potevano proteggerla da un marzo ancora troppo freddo. Eppure tutti quei disperati gridavano, ancor prima di scendere dalle navi, “Italia, Italia” e alzavano le braccia per salutare, con le due dita del segno di vittoria, sorridevano felici. Erano arrivati nella terra promessa, avevano trovato la loro “America”. Non scappavano dalla guerra, fuggivano dalla fame, certo, ma erano alla ricerca di un bene ancora più prezioso: la libertà, perché non si vive di solo pane e loro non tolleravano più di abitare in città nelle quali su ogni isolato c’era almeno un bunker per il terrore di un’improbabile invasione dei nemici anti-comunisti. Non volevano più mandare i loro figli in scuole nelle quali i piccoli avevano in dotazione solo un quaderno e una matita. Non sopportavano un Paese nel quale si rischiava l’arresto solo per una frase detta contro il regime totalitario, contro il degrado di Stato.

Tanti i giovani, capelli ricci e lunghi anni Settanta e pantaloni a zampa di elefante passati di moda quasi vent’anni prima. Tante donne, molto belle, con i loro bambini. Tra loro ingegneri, medici, musicisti, attori, intellettuali in fuga dall’oppressione che avevano viaggiato stipati come sardine con tutti gli altri su quelle carrette del mare. Se vogliamo parlare di classi sociali albanesi, quello fu un esodo trasversale. Tutti i 30mila parlavano perfettamente italiano. L’avevano imparato guardando le trasmissioni della Rai ed erano entusiasti di Raffaella Carrà o di Maurizio Costanzo, dei nostri campioni di calcio dell’epoca.

Un’emergenza inaspettata persino per lo Stato italiano che, più che risposte alle richieste di aiuto, trasmetteva a Brindisi un senso di smarrimento mentre arrivavano da tutto il mondo sui moli e in città fotoreporter e inviati per immortalare l’inimmaginabile. La fortuna fu che a Brindisi quella volta c’erano gli uomini e le donne giuste. Continui i vertici in prefettura col prefetto Antonio Barrel, il viceprefetto vicario Bruno Pezzuto (che prese in mano la situazione per la Protezione civile), il capo di Gabinetto Clara Minerva, Pino Marchionna, subito battezzato il sindaco-ragazzino perché appena 38enne, le forze armate, le forze dell’ordine, i vigili del fuoco, la Caritas, la Croce Rossa. Corso Garibaldi fu per la prima volta chiuso al traffico per facilitare il passaggio dei mezzi di soccorso che facevano la spola tra il porto e l’ospedale. Medici e infermieri del vecchio ospedale Di Summa lavoravano 24 ore su 24. Si organizzò un primo aiuto con indumenti nuovi e cibo distribuito a tonnellate con tanto latte per i bambini ed ettolitri di acqua per tutti. Mancavano i brindisini, la gente comune “indigena”, a quei vertici. Ma non fu importante. I brindisini, superati i primi minuti (sì, solo minuti) di stordimento, seppero che cosa fare. Non erano affatto spaventati dallo straniero, da ciò che poteva apparire diverso, altro da loro. Al contrario ci fu una tale corsa alla solidarietà, all’aiuto spontaneo da sembrare quasi concorrenziale.

Ci sono bellissime frasi nell’introduzione del catalogo della mostra di fotografie “Il porto della speranza” voluta dalla Croce Rossa, frasi che sintetizzano mirabilmente e nella piena verità dei fatti quelle ore, qui giorni: «Abbattute tutte le differenze di età e di grado. Si lavora gomito a gomito. Un’umanità senza confini si piega su chi ha bisogno. Quanti eravamo. Eravamo 80mila volontari, i cittadini di Brindisi, tutti intorno ai disperati che toccarono la nostra terra». Sintesi perfetta di un’operazione in gran parte spontanea ma perfetta. Molti di quei 30mila profughi ormai avevano invaso il centro e persino la periferia della città, smarriti, in cerca di non si sa cosa. E allora vedevi anziane signore che inseguivano mamme con bambini per coprirli con giacche in genere oversize che fungevano per i piccoli da cappotto nelle cui maniche sparivano anche le mani. Gente che svuotava i frigoriferi e portava in strada pane, salumi, formaggi, frutta e ancora acqua e latte. Altri che invitavano i profughi a salire in casa per offrire loro un piatto caldo. Coperte e persino giocattoli che uscivano dalle case. E questo accadeva sia di giorno che di notte in quei primissimi giorni dell’invasione. Nessuna paura, nessun fastidio, diffidenza zero. Solo aiuto a fratelli e sorelle in difficoltà.

Poi il comitato di emergenza svuotò scuole ed alberghi per dare un tetto a tutti. Era un marzo freddo, appunto, e già dopo un paio di giorni dal grande esodo incominciò a piovere. Trentamila ombrelli non ne avevamo. L’Enichem fornì grandi teloni di plastica per chi ancora era rimasto nel porto in attesa di una sistemazione. Ma i brindisini erano sempre mobilitati. Si convocarono riunioni di condominio straordinarie per decidere che cosa fare, un compito per ogni inquilino. Si riunirono gli imprenditori e alcuni di loro furono disponibili ad assumere 10, 20 ospiti stranieri nelle loro fabbriche (all'epoca ancora si poteva). Un’accoglienza a 360 gradi. Anche noi giornalisti diventammo volontari: passaggi in auto per riunire le famiglie che si erano disperse nella confusione, indicazioni utili, distribuzione di merende a chi non aveva ancora raggiunto i luoghi istituzionali dell’accoglienza. Piccoli aiuti concreti prima di andare a scrivere a notte fonda nelle redazioni.

Questo è successo a Brindisi ed è durato mesi e mesi. Anche quando molte famiglie furono spostate d’estate nei campeggi. Molti partirono per il resto d’Italia e d’Europa quella stessa estate. Altri si sistemarono definitivamente a Brindisi e oggi sono italiani e sono nostri vicini di casa: pianisti, tecnici, impiegati, insomma, lavoratori. Sì, questo è l’epilogo di minuti, ore, giorni, mesi e anni di solidarietà. «Qui ci ospitano, ci trattano bene e ci vogliono bene», telefonavano gli albanesi arrivati a Brindisi ai connazionali rimasti in patria. Confortante, si può provare ancora. L’8 agosto di quello stesso anno la nave “Vlora” approdò nel porto di Bari. Sorpresa, caos istituzionale. In migliaia furono chiusi nello stadio, sotto il sole cocente. Italiani brava gente? Non sempre, non ovunque.

Ultimo aggiornamento: 21:50 © RIPRODUZIONE RISERVATA