Caso Uva, agente assolto: «Non ci fu alcuna violenza»

Sabato 15 Febbraio 2020 di Nicola QUARANTA
Non vi è nessun riscontro sul corpo di Giuseppe Uva dell'uso della forza, né qualcuno ha assistito a violenze nei suoi confronti. Lo scrive la Cassazione nelle motivazioni con cui l'8 luglio scorso, respingendo il ricorso della procura generale di Milano e delle parti civili, ha confermato l'assoluzione di poliziotti e carabinieri per la morte, nel giugno 2008 a Varese, dell'operaio di 43 anni.

Morto durante fermo di polizia, Salvini: «Dovevano offrire cappuccio e brioches?»
Franzoni a casa, Erika cerca lavoro: la seconda vita dei condannati italiani famosi

«Ho letto le motivazioni della Cassazione con estrema gioia perché i giudici hanno espresso ciò che realmente è successo. Le motivazioni lo dicono chiaramente: non c'è mai stata violenza nei confronti di Uva, lo dicevano anche le autopsie. Quattro pubblici ministeri di seguito hanno sempre chiesto il non luogo a procedere. Noi lo dicevamo da 12 anni e per 12 anni siamo stati sotto torchio in un processo solo mediatico. Certo è che questi 12 anni non ce li ridarà indietro nessuno e nessuno ci ripagherà, non dico a livello economico ma a livello della nostra dignità personale che è stata disintegrata e buttata nel burrone. Comunque andiamo avanti adesso è passata». Luigi Empirio, il poliziotto assolto insieme con cinque colleghi e due carabinieri dalla Cassazione dalle accuse di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona per la morte di Uva, commenta così le motivazioni dei giudici della V sezione penale.

L'agente, originario di San Vito dei Normanni, oggi in servizio al Commissariato di Mesagne, rompe il silenzio e si sfoga: «La verità era scritta fin dal primo momento nella roccia - dice il poliziotto - Purtroppo ancora una volta durante questi anni abbiamo vissuto gli attacchi del partito dell'antipolizia ma noi prima di essere poliziotti siamo uomini, padri di famiglia e anche i nostri figli hanno subito tutto questo. Mi hanno letteralmente distrutto la vita anche a livello di carriera».

«Io sono voluto andare via da Varese, sono voluto venire nella mia terra, a Brindisi, e qui ho trovato un'amministrazione della pubblica sicurezza di alto livello, mi hanno accolto come un figlio - aggiunge Empirio - Non ho perso lo spirito e la voglia di fare il mio lavoro e mi piacerebbe andare nelle scuole di polizia a raccontare la mia esperienza». E aggiunge: «Sono fiero del mio lavoro e della mia amministrazione e ringrazio le tante persone che mi sono state accanto a cominciare da Gianni Tonelli, segretario generale del Sap, che dal primo istante quando ha letto le carte ha detto andiamo fino in fondo. Tutti i periti hanno sempre certificato la stessa cosa, 136 persone sono state ascoltate e alla fine la verità ha trionfato».

Il legale della famiglia Uva, intanto, a margine della pubblicazione delle motivazioni, ha annunciato: «Ci rivolgeremo alla Corte europea dei diritti dell'uomo». Secondo i familiari della vittima, infatti, l'operaio avrebbe subito violenze in caserma da parte delle forze dell'ordine. La Procura di Varese, invece, non ha riscontrato comportamenti scorretti da parte dei carabinieri e dei poliziotti che quella notte intervennero a supporto dei militari. Oltre ad Empirio, le persone che ritengono ora di aver buttato alle spalle un incubo sono i militari Stefano Dal Bosco, Paolo Righetto e gli agenti Gioacchino Rubino, Pierfrancesco Colucci (anche lui originario di Brindisi), Francesco Barone Focarelli, Bruno Belisario e Vito Capuano.

«Eravamo tranquilli - hanno raccontato - perché quella notte non è successo nulla e nessuno di noi ha commesso reati. Non poteva andare diversamente». Una soddisfazione espressa anche dai difensori, gli avvocati Luca Marsico, Duilio Mancini, Piero Porciani, Fabio Schembri e Luciano Di Pardo. «Ora carabinieri e poliziotti possono tornare a casa e guardare i figli negli occhi - ha spiegato l'avvocato Porciani - e possono continuare a fare il loro dovere».

Una prima svolta giudiziaria era stata in passato l'assoluzione dei medici in servizio quella notte in ospedale, finiti sotto processo con l'accusa di aver somministrato una dose sbagliata di farmaci al paziente. Giuseppe Uva aveva trascorso la notte tra il 13 e il 14 giugno 2008 in alcuni bar di Varese assieme all'amico Alberto Biggiogero. Ubriachi, stavano spostando delle transenne per chiudere al traffico una strada quando furono fermati dai carabinieri e portati in caserma. «Ringrazio - conclude il poliziotto brindisino - i vertici della polizia di stato che mi hanno sempre fornito supporto e non mi hanno mai lasciato solo». © RIPRODUZIONE RISERVATA