Dieci anni dalla morte di Melissa, il dirigente della Squadra mobile: «Così prendemmo Vantaggiato»

Francesco Barnaba
Francesco Barnaba
di Danilo SANTORO
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Mercoledì 27 Aprile 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 07:31

«Dimenticare quelle immagini è impossibile». Nelle sue parole c’è emozione. Tanta. Il ricordo di quella mattina di terrore, il 19 maggio del 2012, è ancora immutato. Francesco Barnaba 10 anni fa era il dirigente capo della Squadra Mobile di Brindisi che coordinò le indagini e fu tra i primi ad intervenire dopo la bomba esplosa davanti alla scuola Morvillo-Falcone. Esplosione che costò la vita a Melissa Bassi, studentessa di Mesagne appena sedicenne che così come ogni mattina era pronta a raggiungere l’istituto scolastico che frequentava. Nel racconto di Barnaba, oggi dirigente della Divisione Anticrimine, c’è la consapevolezza dal punto di vista professionale di aver risolto un caso difficile, in meno di 20 giorni, con l’arresto dell’autore reo confesso Giovanni Vantaggiato. Ma c’è ancora a 10 anni di distanza un’amarezza interiore. Umana. Quella di un servitore dello Stato che partecipa ad un sentimento di dolore profondo che accompagna ogni giorno la vita della famiglia di Melissa Bassi. Mai nessuno potrà dimenticare la tragedia del 19 maggio del 2012 ed il sacrificio della studentessa mesagnese, i cui sogni sono stati interrotti in maniera così violenta a soli 16 anni.

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Dottor Barnaba che ricordo ha di quella mattina?

«È un ricordo abbastanza scioccante. Stavo arrivando a Brindisi ed ebbi la chiamata della sala operativa con cui mi si comunicava l’esplosione davanti alla scuola. Arrivai sul posto in pochi minuti: la scena era difficile da descrivere. Quasi da teatro di guerra Mediorientale: c’erano libri a terra che bruciavano, zainetti. C’era ancora una situazione in atto con persone che stavano male, e che avevano vissuto quell’esperienza e lo shock conseguente. Una scena che con tutte le difficoltà che aveva o può avere una città come Brindisi, era difficile da immaginare».

Quale fu il primo orientamento nell’attività investigativa?

«Nell’immediato era difficile da immaginare una bomba davanti ad una scuola. Il contesto generale infatti non lasciava ipotizzare nulla di tutto questo. O meglio ci sarebbe potuta essere una bomba, ma la scuola è fuori anche dall’immaginazione criminale. Per cui il primo aspetto fu cercare di capire perché era avvenuta questa cosa, e perché proprio lì».

È stata avvertita da parte vostra una pressione, anche mediatica, legata a possibili collegamenti tra quanto avvenuto a Brindisi e la ricorrenza negli stessi giorni degli altri gravi episodi di mafia, che riguardavano anche l’anniversario della morte del giudice Giovanni Falcone?

«Sicuramente sì. Nell’immediato infatti ci furono le dichiarazioni del ministro dell’Interno, ma anche di tutti gli attori nazionali, fino ad arrivare al Presidente della Repubblica, che chiedevano una risposta immediata da parte dello stesso Stato. Una pressione in via ordinaria che non esiste: in questo caso però con il contesto di una bomba davanti a scuola, anche purtroppo con il decesso della studentessa ed il ferimento delle sue amiche, la pressione fu alta. Si valutò comunque ogni ipotesi. Nei giorni precedenti c’era stata una serie di episodi: un’operazione della Squadra Mobile che aveva coinvolto i Comuni di Brindisi e Mesagne (operazione “Duri a morire”) la settimana precedente e che teoricamente poteva essere una prima risposta della criminalità; il giorno prima c’era stata la carovana antimafia che aveva toccato anche Tuturano; poi la vicinanza con il Tribunale e la ricorrenza del giudice Falcone. Tutto veniva valutato, non si scartava niente, tutti i riscontri vennero fatti. Quando pubblicammo le immagini ci arrivarono segnalazioni da tutta Italia, tutte riscontrate. Un lavoro importante che portò ad essere presenti in maniera costante, dalla mattina alla sera».

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Che ricordi ha del punto di svolta dell’inchiesta?

«Sono almeno due i momenti chiave. Dieci anni fa, a differenza di adesso, era abbastanza complicato raccogliere ogni possibile indicazione utile con il supporto tecnologico. Però da subito diedi indicazione al personale di fare il giro, partendo dal luogo dell’evento a raggio sempre più ampio per cercare di individuare la presenza di telecamere e soprattutto quelle utili. Ne acquisimmo diverse. Parte di esse furono utili. Sicuramente quella migliore fu quella del gabbiotto, che riprendeva l’autore del fatto. Vista la gravità della situazione intervennero altri uffici di polizia di diverse province, anche pugliesi. Non erano comunque immagini di qualità eccelsa, ma furono comunque utilizzabili. Nonostante gli sforzi comuni non si riuscì a dare un’identità compiuta subito. Ma ci furono costantemente nuove e continue ricerche su ogni telecamera utile, ma anche accertamenti specifici, con i riscontri su tutte le persone che abitavano nei palazzi, anche qui con un raggio ampio, per vedere possibili soggetti che abitavano in zona. Ma c’è anche un altro elemento che venne attenzionato».

Quale?

«All’epoca la situazione in Grecia era caratterizzata da grossi problemi, e siccome Brindisi era ed è un collegamento diretto con lo stesso Paese, si verificò anche questa ipotesi con i controlli su tutti i passeggeri dei traghetti di quei giorni, ma anche con lo scalo aereo».

Quando si arrivò alla vera svolta?

«Mettendo insieme tutti quegli elementi, ma anche altri particolari, come l’auto utilizzata la sera prima con un faro diverso; la stessa macchina vista con un’altra telecamera, e poi anche con le celle telefoniche si riuscì a dare un nome ed un cognome all’autore dell’insano gesto. A tutto ciò seguì una fase di osservazione del soggetto, fino ad arrivare all’individuazione completa, che si ottenne in breve tempo con il supporto davvero importante del Servizio centrale operativo, della Direzione centrale anticrimine e di tutti gli uffici. Fu creata una stanza unica, un po’ sul modello americano dove confluivano tutte le informazioni che ricevevamo. Una mole di dati notevole che fu acquisita e sviluppata in poco tempo, con risorse adeguate che furono messe in campo dall’amministrazione per cercare di risolvere il caso e per dare una risposta immediata. E ci riuscimmo».

Dal punto di vista umano che esperienza è stata per lei?

«Questo è quello che considero l’aspetto più importante per quanto mi riguarda. Sì, dal punto di vista professionale c’è la soddisfazione di aver risolto il caso, anche per il fatto di ritrovarsi ad essere colui a cui tutte le istituzioni chiedono una risposta su un episodio che non aveva negli ultimi anni un precedente così rilevante. Poi si arresta l’autore, anche la confessione. Ma alla fine resterà sempre difficile da accettare la morte di una ragazza, mentre faceva quella che è la cosa più normale per un’adolescente: andare a scuola. Melissa è morta senza che ci fosse un valido motivo, e nulla che potesse collegarla anche lontanamente a quell’uomo».

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