Da odontoiatra a medico nei reparti in prima linea contro il Covid: «Volevo dare il mio contributo»

Domenica 3 Gennaio 2021
Luigi Rubino

Non ci ha pensato molto Luigi Rubino a stravolgere la sua vita, la sua quotidianità, all'arrivo dell'emergenza Covid in Italia. Odontoiatra affermato, originario di Brindisi, alla soglia dei 60 anni, con uno studio importante a Genova e docenze in diverse Università italiane, sin dai primi mesi della pandemia si è interrogato su quale potesse essere il suo contributo concreto. E ha deciso di mettersi a disposizione di un ospedale pubblico, l'ospedale Covid di Sestri Levante (Genova), ricominciando praticamente da capo. Accettando la sfida di un lavoro che conosceva poco nei dettagli, ma mettendoci (come racconta all'Ansa) tutta l'energia e l'abnegazione possibile. Anche in ricordo di suo padre, che come fisiologo si è dedicato alla tubercolosi, ed è stato protagonista della lotta per sradicarla.

«Ho lavorato per il 118, ma ormai 30 anni fa. Per il resto ho sempre fatto l'odontoiatra - spiega Rubino -. Quando è scoppiata la pandemia, ho provato una sensazione di inadeguatezza nell'avere una laurea in medicina e non poter contribuire in alcun modo. Mi sembrava di non seguire gli insegnamenti della mia famiglia, dove c'è una grossa tradizione medica. Avendo la specializzazione in odontoiatria, il mio contribuito non era così spendibile. Dopo aver scritto lettere e domande ovunque, sono stato chiamato all'ospedale Covid di Sestri Levante. Da fine aprile, inizialmente per un mese, e tutt'ora sono sempre qua».

La destinazione è stata il reparto pre-Covid, dove vengono ospitati i pazienti cosiddetti "grigi", con sintomatologia, ma almeno all'inizio tampone negativo. Ma nella seconda ondata, Rubino ha dato il suo contributo anche nel reparto Covid 3. «Non mi hanno mai messo in prima linea, non ne ho le competenze - specifica l'odontoiatra brindisino - anche se ho sempre visitato i pazienti. Ma ho fatto tutto ciò di cui c'era bisogno, mettendo a disposizione anche le mie competenze informatiche». «La cosa impressionante è che sapevo fare veramente poco - racconta ancora -. Il mio primario è uno di due anni più giovane di me, io sono la "mascotte" da certi punti di vista. È stata ed è tutt'ora un'esperienza bellissima. Ho riscoperto il lavoro in team, e ho visto l'assoluta abnegazione dei più giovani. Ho visto infermieri piangere quando qualcuno moriva, o per la stanchezza, ma anche quando alla fine della prima ondata sono stati smistati ad altre strutture».

In questi mesi Rubino, sette giorni su sette al lavoro, tranne alcune brevi parentesi in cui è tornato al suo studio, ha rappresentato anche per i colleghi una sorta di continuità, perché conosceva le storie di tutti i ricoverati in reparto. Ha anche "adottato" un paziente senza parenti: Angelo, un signore proveniente da una Rsa che è rimasto in reparto per tre mesi, data la difficoltà della struttura a riaccoglierlo. «Gli portavo gli abiti, glieli lavavo, interagivo con lui. Dovergli dire arrivederci è stato uno dei momenti più emozionanti».

L'odontoiatra, che il 31 dicembre si è vaccinato contro il Covid, ha dato anche la disponibilità per essere a sua volta vaccinatore. Ma non è l'unico a casa sua che ha fatto una scelta di solidarietà. Anche sua moglie Raffaella, architetto, ha aderito a un bando della Protezione Civile per l'emergenza Covid, e ora si occupa di inserimento dati.

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