Indagini al Cie: incastrati i complici dell’attentatore di Berlino
Il messaggio: «Riducete le loro città in cenere e macerie»

Indagini al Cie: incastrati i complici dell’attentatore di Berlino Il messaggio: «Riducete le loro città in cenere e macerie»
di Roberta GRASSI
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Venerdì 28 Aprile 2017, 08:21 - Ultimo aggiornamento: 29 Aprile, 14:26

ROMA - Operazione antiterrorismo della Polizia: un cittadino congolese, in passato ospite del Centro per rifugiati di Brindisi, è stato arrestato, mentre un marocchino, risultato in contatto con Anis Amri, l'autore della strage al mercatino di Natale di Berlino, è stato espulso dall'Italia. Dall'indagine della Digos di Brindisi, coordinata dalla Dda di Lecce e dalla Procura nazionale Antimafia e Antiterrorismo, è emerso che i due facevano parte di una cellula salafita operante a Berlino e avevano aderito all'Isis.
In manette, con l'accusa di associazione con finalità di terrorismo internazionale, è finito Lutumba Nkanga, congolese di 27 anni e residente in Germania, mentre il marocchino Soufiane Amri, il ventiduenne che era in contatto con l'attentatore di Berlino, è stato espulso dall'Italia. Entrambi, dicono gli investigatori, avevano aderito all'Isis ed erano pronti a compiere azioni violente, fino al martirio, in diversi scenari operativi. Le indagini e le attività tecniche, svolte con il supporto del Servizio centrale Antiterrorismo e del Servizio di cooperazione internazionale, hanno inoltre consentito di individuare e neutralizzare i progetti della cellula, che era composta da 11 membri. Le indagini sul conto del congolese sono iniziate il 24 dicembre 2016, pochi giorni dopo l'attentato di Berlino, quando gli investigatori iniziano a cercare eventuali contatti tra Anis Amri (autore dell'attentato) e altri complici. Nel cellulare di Nkanga vengono trovati video di decapitazioni e di esecuzioni, azioni militari compiute dall'Isis in scenari di guerra, materiale ritenuto originale e non scaricato da internet. A quanto emerso il materiale di propaganda era stato ricevuto attraverso Telegram, mentre per le conversazioni venivano utilizzati WhatsApp, Viber e Facebook.

 
Dagli accertamenti eseguiti è emerso che Nkanga era entrato in Italia tra il 2 e il 3 dicembre 2016 insieme a Soufiane Amri, 22enne residente a Berlino risultato uno dei responsabili della moschea berlinese Fussilet 33, poi chiusa in seguito a indagini sul terrorismo islamico a cui ha contribuito proprio la polizia italiana. Due le rogatorie internazionali aperte, in seguito alle quali il 31 gennaio le autorità tedesche hanno smantellato con arresti la cellula salafita. Tra gli arrestati Soufiane Amri, già espulso dall'Italia. Dalle indagini della Polizia è emerso che i due, Nkanga e Amri, avevano fatto tappa a Roma, poi si erano recati ad Ancona con l'intento di imbarcarsi per Patrasso. Nel viaggio hanno cambiato continuamente hotel, schede cellulari e hanno comunicato agganciandosi a wi-fi liberi, alternando i programmi di messaggeria utilizzati. A fermarli è stato lo sciopero dei traghetti per la Grecia: i controlli eseguiti hanno fatto emergere anomalie nei documenti. È emerso che Soufiane Amri era gravato da un divieto di espatrio dalla Germania, Nkanga invece aveva il permesso di soggiorno scaduto. Per questo il primo è stato rimandato in Germania, il secondo rinchiuso nel Centro di identificazione ed espulsione di Restinco a Brindisi. Dopo l'attentato del 19 dicembre ai mercatini di Berlino, sono stati attivati ulteriori approfondimenti anche sul congolese su cui erano risultate delle anomalie proprio per via delle modalità particolari di ingresso in Italia.

«Riducete le loro città in cenere e macerie»
Un messaggio lungo 13 pagine. Memorizzato sulla scheda di memoria del Samsung di Nkanga Lutumba e subito notato dagli investigatori. Ritenuto dai magistrati una “prova inequivoca dell’adesione ideologica di Lutumba all’Isis”.
Era stato ricevuto nel novembre 2016 attraverso una connessione bluetooth.
Questi i passaggi ritenuti di maggior rilievo: «Fate scorrere fiumi del loro sangue, rendete le loro città cenere e macerie. Marciate con la benedizione di Allah, poiché questa guerra è la vostra guerra. Attaccano le vostre nazioni con la scusa di aggredire lo stato islamico e non le lasciano finché non uccidono vostri mariti e qualche volta prendono prigioniere le vostre mogli e bambini. Non vedete che le città si svuotano e si riempiono delle peggiori creature create da Allah. Guardate le loro bandiere mentre vi combattono, vogliono diffondere le immoralità».
E poi ancora: «I piani e le strategie dei Romani sono ancora attuali e proseguono, addirittura sulla penisola di Muhammad, collaborano militarmente con quelle nazioni del Kufr per combattere l’Islam».
Quindi: «Loro sono la testa di ogni catastrofe. Procedete con un attacco dopo l’altro contro di loro, ricordate il testamento del vostro Profeta, sull’isola degli Arabi non possono esserci due religioni insieme. La Turchia, prendete l’aiuto di Allah e attaccatela».
Nella stessa memoria proclami e immagini acquisiti dalla piattaforma Telegram, un servizio di messaggeria estremamente “sicuro” e in grado di eliminare i messaggi subito dopo la lettura.
Le chat sono state ricostruite e visualizzate in chiaro. Non è stato sempre possibile individuarne gli interlocutori. Ma sono state svelate, attraverso di esse, anche le precauzioni assunte per evitare di essere scoperti: evitare indumenti come il qamees, turbanti e barbe al volto. Vestire, insomma, all’occidentale, per sviare le forze dell’ordine.

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