Tsunami demografico: la provincia di Brindisi perderà 60mila abitanti in 18 anni

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Abbiamo un problema strutturale rilevante, che non possiamo fare finta di non vedere: si chiama demografia». Così Lorenzo Bellicini, direttore del Cresme, Centro ricerche economiche, sociologiche e di mercato nell’edilizia, richiama l’attenzione di tutti, a partire dai candidati alla carica di sindaco, sullo spopolamento non solo della città di Brindisi ma di tutta la provincia.
Se si esclude qualche rara eccezione, come Carovigno, tutti i paesi della provincia di Brindisi sono destinati a svuotarsi. Dal 1991 al 2016, il territorio ha perso infatti, secondo l’Istat, 14.231 abitanti, il 3,4 per cento della popolazione. E secondo le previsioni del Cresme, data la struttura demografica della popolazione, le dinamiche naturali e quelle migratorie, le cose peggioreranno nei prossimi vent’anni: tra 2016 e 2036 si perderanno 45.992 abitanti (ovvero l’11,6 per cento della popolazione) nell’ipotesi migliore o addirittura 61.731 (con una perdita del 15,5 per cento) nello scenario peggiore.
Innanzitutto, spiega Bellicini, perché gli stranieri che arrivano in Italia non riescono a compensare gli italiani che se ne vanno. E poi per la mancanza di natalità. Le nascite nella provincia di Brindisi, infatti, sono passate dalle 3.752 del 2002 alle 2.724 attuali e, secondo le previsioni, nel 2036 saranno crollate fino a 1.842. «Una tendenza che gli  stranieri non riescono a compensare - prosegue - anche perché quando arrivano e si stabilizzano fanno meno figli rispetto a quanti ne farebbero nei loro territori».
Già oggi, sottolinea il direttore del Cresme, «perdiamo mille persone ogni anno solo nel saldo tra nascite e morti. La popolazione a Brindisi ha già cominciato a scendere. Nel 2036 perderemo 42mila abitanti nella migliore delle ipotesi e addirittura 62mila nella peggiore».
Esistono tuttavia delle differenze tra i comuni della provincia. Nel 2036 il capoluogo, nell’ipotesi media dello scenario previsionale, avrà perso 16.389 abitanti, ovvero il 18,7 per cento degli 87.820 abitanti al 2016. Nell’ipotesi migliore, invece, la perdita sarà di oltre 15mila abitanti mentre in quella peggiore di 17.600 abitanti. Questo significa che Brindisi avrà perso, tra 18 anni, fra il 17 e il 20 per cento della sua popolazione. Unico comune in controtendenza è Carovigno, che nello scenario peggiore avrà comunque guadagnato 541 abitanti, dunque il 3,20 per cento, mentre nel migliore addirittura 1.960, dunque l’11,60 per cento. «Nel quadro delle province della Puglia - conclude sul tema - dal punto di vista demografico solo Taranto fa peggio di Brindisi».
Dal punto di vista degli indicatori economici, invece, secondo i dati elaborati dal Cresme la crisi ha toccato tutti i comparti di attività delle costruzioni. Gli investimenti in abitazioni, sommando nuova costruzione e riqualificazione dell’esistente, calano del 48 per cento, gli investimenti in opere pubbliche 53 per cento, l’edilizia non residenziale privata ha perso il 6 per cento degli investimenti 2002. Dal 2004 al 2017, addirittura, gli investimenti sul nuovo sono calati del 78,3 per cento.
Infine, un occhio all’occupazione. Durante le due fasi di crisi dell’economia italiana, quella del 2009 e quella del 2012-2013, la provincia di Brindisi ha fatto registrare risultati positivi in termini di crescita, molto meglio degli altri comuni della regione e di altri territori del Paese.
Una crescita, secondo Bellicini, «dovuta al mix economico che caratterizza la provincia, un mix particolare che pone la città di Brindisi e il suo territorio all’interno di condizioni particolari: un territorio caratterizzato da forti componenti industriali; dalla capacità di cogliere il boom del turismo che negli ultimi anni ha interessato la Puglia; da una crescita dell’agricoltura e dell’agro-industria, dal ruolo che il terziario svolge nel contesto economico del territorio. Come già accennato il vero vuoto dell’economia brindisina è rappresentato dal settore delle costruzioni, settore storicamente importante per il territorio».
Dall’analisi dei vari settori, si evidenzia che nel 2017 la maggior parte degli occupati è attiva nel settore degli “altri servizi”, seguiti dal settore commerciale-ricettivo, da quello dell’industria, da quello dell’agricoltura e, per ultimo, da quello delle costruzioni. L’unico dei settori che ha fatto registrare, dal 2008 al 2017, una crescita in termini di occupazione è quello commerciale-ricettivo, con un +17,4 per cento. La peggiore performance, invece, è proprio quella del settore delle costruzioni, che ha perso il 20,9 per cento degli occupati in poco meno di dieci anni.
«Occupazione e lavoro, insieme alla crisi demografica, sono il tema centrale - conclude - dell’attuale situazione economica e come affrontarli, con quale mix è certo una delle questioni sul tappeto. La composizione di un quadro strategico che valuti a partire dalle diverse specializzazioni produttive presenti sul territorio le diverse potenzialità di sviluppo rappresenta forse la prima sfida da affrontare. È su questo aspetto che si dovrebbe aprire un confronto e soprattutto avviare un percorso di conoscenza e consapevolezza che porti alla costruzione di uno scenario di sviluppo per i prossimi anni che veda coinvolte le diverse parti sociali e i diversi portatori di interesse».
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Giovedì 10 Maggio 2018 - Ultimo aggiornamento: 08:39