Quei presagi della Colonna romana che segnarono le antiche pestilenze

Lunedì 23 Marzo 2020 di Francesco TRINCHERA
Le epidemie, nel corso della storia, hanno purtroppo segnato in maniera importante la storia del Brindisino, che ha dovuto fronteggiare soprattutto peste e colera dal medioevo in avanti. Nel lasso di tempo tra il 1300 e la fine del diciannovesimo secolo, infatti, c'è stata una sorta di successione ciclica di questo tipo di malattie che sono andate a colpire una vasta porzione della popolazione. Come si può immaginare ha spiegato Giacomo Carito della Società di Storia Patria per la Puglia sono state moltissime. Il primo riferimento corre alla peste della seconda metà del Trecento: Segnò un momento importante per Brindisi perché ha abbattuto un'alta percentuale di popolazione, ricadendo in un periodo molto particolare perché erano giù andante in crisi le rotte commerciali verso l'Oriente del Mediterraneo a causa dei turchi.

Un evento che ridusse quasi a zero i brindisini, con la città che dovette essere ripopolata da slavi, albanesi e greci. In questo contesto, una delle figure più importanti è stata quella di Ferrante d'Aragona, che porta a compimento quanto è stato fatto dai principi di Taranto (gli Orsini): Tra Monopoli ed Otranto ha ricordato lo storico Brindisi era l'unico centro abitato sull'Adriatico e non potevano lasciare sguarnito il presidio. Ci fu una politica di larga esenzione fiscale.
Sempre la peste colpì il territorio negli anni venti del sedicesimo secolo, a cui è legato anche un aneddoto cabalistico: Il cedimento della Colonna romana nel 1528 ha spiegato ancora Carito fu preso come un presagio di sventura perché coincise con la diffusione della peste ed il saccheggio della città. In seguito ad un'ulteriore epidemia di peste nel 1656, la stessa colonna (che i brindisini non si erano preoccupati di risistemare) fu poi mandata a Lecce: L'epidemia allora non toccò il Salento ha spiegato lo storico e si creò un cordone sanitario sulle Murge, con la nascita delle cosiddette città bianche. I leccesi, in seguito alla visione di un sacerdote, sviluppano il culto di Sant'Oronzo che diventa patrono di Lecce a cui si decide di erigere un monumento con i pezzi della colonna brindisina.
Le pandemie di peste finiscono all'inizio del diciottesimo secolo, con il termine della piccola glaciazione.

Il diciannovesimo secolo è invece quello del colera,che compare in più occasioni: Una presenza pressoché ininterrotta nell'800 ha rimarcato Carito che ha anche una sua valenza sociale perché costituisce la spinta per la creazione dei cimiteri: c'era già una legge apposita, di epoca napoleonica, per creare delle aree fuori dall'abitato e con la grande mortalità del colera ci fu l'impulso a realizzare realmente le aree cimiteriali. E ci fu, nell'epoca immediatamente post-unitaria, un brindisino che si segnalò per lo studio dell'epidemia di colera tra il 1865 1867: Cesare Braico ha commentato ancora l'esponente della Società di Storia Patria per la Puglia allora era parlamentare e fu incaricato di studiare le cause del colera a Napoli, rilevando che si diffondeva nei quartieri sovrappopolati ed in condizioni igienico sanitarie precarie: la malattia, quindi, colpiva soprattutto i più poveri.

Brindisi, comunque, già dal 700 era dotata di un lazzaretto per le quarantene. In ogni caso, in quegli anni si tendeva a ricondurre ogni possibile focolaio ai commerci con l'oriente, anche se spesso senza motivo: Proprio un'epidemia ha continuato Carito di epoca post-unitaria, tra le più forti, si scoprì che fu portata in città da un contadino di Manduria. Nel secolo successivo, la pandemia più feroce fu quella della spagnola nel primo dopoguerra: Decimò la popolazione ha spiegato lo storico e credo che ci furono un gran numero di sepolture affrettate per questo: potrebbe essere il caso di quanto è stato ritrovato a Tuturano durante la ristrutturazione della chiesa della Madonna del Giardino. Ultimo aggiornamento: 10:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA