Dall'ospedale al set: la storia di amicizia di un immigrato e dell'oncologo che lo ha salvato

L'oncologo Domenico Galetta con Med Amine Dabo
Immaginate di arrivare in terra straniera, in un centro d’accoglienza, non conoscere una parola della lingua del posto e avere una brutta tosse. E immaginate ancora di essere trasferiti in un altro centro d’accoglienza e poi in un ospedale, perché quella tosse porta con sé tracce di sangue e la diagnosi di un cancro. Immaginate, infine, di ritrovarvi in un reparto di oncologia dinanzi ad un medico, che sa fare bene il suo lavoro, conosce pure la lingua universale della solidarietà e diventa tuo amico, fratello, quasi padre, con il sorriso e la carica di un supereroe, anzi di una persona normale. Ecco, ora avete davanti agli occhi la storia del giovane migrante Med Amine Dabo e dell’oncologo  Domenico Galetta, un apprezzato medico di Ceglie Messapica (Brindisi) sempre impegnato anche nel campo della prevenzione del fumo, soprattutto nelle scuole.

Una storia di amicizia, questa, che il regista Alessandro Zizzo ha voluto raccontare nel suo cortometraggio “Apolide”, prodotto dalla Sinossi Film di Pietro Manigrasso e da Agorà, in collaborazione con Apulia Film Commission. Il trailer del film breve, le cui riprese hanno avuto inizio a fine ottobre, è stato presentato nei giorni scorsi presso l’istituto tumori “Giovanni Paolo II” di Bari, dove il dottore Galetta è guida del reparto di oncologia medico–toracica. E ad aprire le anticipazioni sull’opera è stata un’intervista doppia ai protagonisti, che si sono incontrati per la prima volta nel novembre del 2016 nell’ambulatorio di oncologia polmonare. Molto tempo prima di quel periodo Dabo, 27enne laureato in scienze politiche, lasciò la sua terra d’origine, la Guinea, francofona, per raggiungere la Francia, specializzarsi e diventare un diplomatico. Per realizzare il suo sogno passò dal Mali e dalla Nigeria, dove lavorò per cinque mesi, prima di partire per la Libia, dove si ritrovò in una casa–prigione. Una sera gli fu comunicato che il giorno dopo avrebbe potuto imbarcarsi per raggiungere l’Italia. E lo fece, anche se non sapeva nuotare. Arrivò al centro di accoglienza di Messina e poi fu trasferito a Bari.

Aveva una tosse forte, con tracce di sangue. Si pensava fosse tubercolosi, ma non era così e un giorno Dabo si ritrovò nell’ambulatorio del dottor Galetta con la diagnosi di un carcinoma polmonare. Con lui c’erano un mediatore linguistico e uno psicologo. L’amicizia tra i due ebbe così inizio. «Dabo si è fermato a Bari e ha imparato l’italiano, io conoscevo un po’ di francese. E così si è creato tra noi un percorso di crescita umana reciproca. Dabo ha continuato ad avere una progettualità di vita. Ha studiato l’italiano, si è fatto riconoscere gli esami, che ha sostenuto in Guinea, e si è iscritto ad un corso di laurea specialistica. Ora è mediatore culturale. Si è integrato molto bene, continua a combattere la sua malattia, ma la può tenere sotto controllo. Lui è una persona positiva e ha conservato intatta la speranza. Sarebbe stato un peccato per me non averlo potuto conoscere, perché senza di lui non avrei arricchito la mia anima e la conoscenza di un’altra cultura diversa dalla nostra», ha spiegato Galetta. E ha continuato: «Inizialmente non volevo raccontare questa storia per pudore e rispetto, ma poi ne ho parlato con Dabo. Zizzo ha proposto una sceneggiatura in chiave positiva, partendo dalla lotta contro il cancro attraverso una tattica, usando la testa».
In questi anni il rapporto di amicizia ha permesso anche al giovane migrante di conoscere meglio il suo medico, che lo ha ospitato a Ceglie, dove ha assaggiato la cucina locale. Ed oggi il loro percorso di conoscenza reciproca va avanti, tra selfie e sorrisi, dimostrando che l’umanità esiste ancora, nonostante tutto.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Venerdì 9 Novembre 2018 - Ultimo aggiornamento: 10-11-2018 09:40