La ministra, il portavoce di Palazzo Chigi e il premier: fenomenologia di una cittadina di provincia

Domenica 29 Settembre 2019 di Mino DE MASI
Il premier Giuseppe Conte con Angelo Maria Perrino a Ceglie Messapica (Brindisi)
Si potrebbe dire che è stato un miracolo, chiudendola lì. O parlare di fortunata congiuntura determinata da magheggi ancora indecifrabili, buttandola così pure in politica. Ma se qualche volta si è disposti a vedere pieno il bicchiere, che comunque resta riempito a metà, quel che è accaduto a Ceglie Messapica non è né l’uno né l’altra supposizione, semmai emerge il riconoscimento di un lavoro lungo e silenzioso che viene da lontano, molto lontano. Un impegno parsimonioso, determinato, a volte anche necessariamente rabbioso che si è realizzato negli anni per essere all’altezza di ogni evento: se poi questo è il ritorno di un presidente del Consiglio nell’arco di un solo anno, allora vuol dire che il territorio ha in sé una reputazione in grado di alimentare l’idea che anche da queste parti si può essere artefici di un futuro quanto meno negoziabile.

Un percorso che nella cittadina pugliese si è costruito negli ultimi cinquant’anni, tra lotte politiche contro le ingiustizie e ribellioni sociali a consuetudini che solo accostarle rischia di provocare l’orticaria a più di qualcuno. Eppure la storia del ministro Bellanova, che d’estate e a 14 anni andava nei campi per poter acquistare macchine da cucire da donare alle sue coetanee in cerca di lavoro, o quella di illuminati ristoratori che hanno riabilitato l’umile piatto contadino facendone un ricercato presidio culturale, sono aspetti che oggi trovano convergenze parallele in un modello di sviluppo destinato ad estendersi.

“Narrami bene il tuo villaggio e mi parlerai del mondo” scriveva Lev Tolstoi quando l’idea di globalizzazione era affidata soprattutto alle armi. E sarebbe un grave errore pensare che ai confini della cintura messapica vi sia un Eldorado da lunapark o l’isola felix, anzi nella cittadina la disoccupazione è ancora più alta di una media provinciale già drammatica, il 35% sul 32 territoriale, così come incompatibili con una civile convivenza sono gli abusi e le prepotenze di una diffusa illegalità. Però, però…

In questo scenario l’altra sera il premier Giuseppe Conte per oltre un’ora ha risposto alle domande di Angelo Perrino, direttore ed editore del giornale online Affari italiani. Certo, da qualche parte si è lamentata la domanda mancante (terrapiattisti a parte), si è levata pure qualche critica per l’insoddisfazione di alcune risposte alla camomilla, ignorando però che in Tv si ascolta meno e di peggio. In ogni caso il premier ha affrontato temi bilanciati tra le emergenze del Sud, i rapporti con l’estero, gli equilibri interni e l’etica nella vita sociale: argomenti che hanno offerto spunti e notizie per i mesi a venire attribuendo così all’appuntamento brindisino un valore politico simbolico e di spessore, un confronto passato tutto sommato indenne dall’insidia di quel provincialismo che spesso circoscrive nel soggettivismo troppe rivendicazioni da scontare.

Piuttosto a Ceglie non si è rivendicato nulla, semmai si sono offerti contributi come del resto si è fatto negli anni passati, solo che ora sono maturati e saliti ad una ribalta più nazionale e popolare. Per la cittadina messapica è un momento storico: oltre ad essere da tempo una capitale della gastronomia, una meta ambita per le vacanze in trulli e masserie, è pure un riferimento istituzionale di rilievo. Sono cegliesi il ministro Teresa Bellanova, che nell’ascesa politica ha rotto ogni consuetudine, e Rocco Casalino, l’attivo portavoce di Conte, il quale dopo un vivace avvio d’incarico si è rivelato efficace e affidabile tanto da essere pure lui confermato a Palazzo Chigi. Entrambi figli di un Sud che ancora una volta non chiede riscatti ma fiducia.

Ed è cegliese più che d’adozione anche Angelo Maria Perrino, figlio di un farmacista di Carovigno trasferitosi nel borgo messapico alla fine degli anni Sessanta: suo zio è quel senatore Antonio Perrino che a Brindisi è ricordato per il nome attribuito all’ospedale e al popoloso quartiere, mentre i più anziani ricordano il forte impegno dato al territorio. Da cinque anni il direttore di Affaritaliani si divide tra la Puglia e Milano, città dove si è laureato in Filosofia e dove già da studente universitario ha iniziato a vivere le redazioni approdando a Panorama, ItaliaOggi e al Giorno (suo lo scoop sul caffè al cianuro a Michele Sindona), poi ne 1996 la rottura con il “cartaceo” e la sfida delle news telematiche. Un’intuizione azzeccata, come perspicace si è rivelata quella di portare in piazza Plebiscito a Ceglie i politici al rientro dalle ferie, una convention face-to-face conclusa lo scorso anno proprio dal premier Conte e quest’anno ripetuta con 22 giorni di ritardo per le piuttosto note vicende politiche. Tre settimane che il premier ha raccontato dal palco con disinvoltura, con accresciuta prudenza ma anche con fiducia rivolta alle centinaia di persone accorse per seguirlo. E pur nella consapevolezza che si parlava tra pugliesi in una piazza allargata, ha prestato attenzione alla estensione di un dibattito che, trasmesso nelle redazioni dei giornali da una televisione del territorio, avrebbe avuto all’esterno letture meno tenere.

E qui entra in scena la straordinarietà di una rete di professionalità formata in un paese che conta appena ventimila abitanti e che probabilmente rivela virtù incubate in altri centri del territorio. Hanno stupito il sincronismo e l’efficienza alla milanese della macchina organizzativa quasi tutta realizzata in casa: l’amministrazione comunale guidata da Luigi Caroli, la Proloco affidata a Cristina Elia, le associazioni di assistenza, l’apparato tecnico dei sistemi wifi e delle riprese tv garantite da Video M Italia, una delle prime televisioni pugliesi che già nel ’77 trasmetteva dal cuore della Valle d’Itria (allora sconosciuta e misteriosa) e che negli anni ha cambiato nome ma non editore, quel Rocco Monaco che nel ’92 portò a Ceglie la ribellione delle Tv private, si chiamavano così, contrarie alla legge Mammì. Con tre dipendenti, pochi contributi pubblici e il caratterizzante slang, Monaco riesce a garantire instancabilmente un servizio locale di utilità nonostante la morìa di televisioni e pluralità provocata dal digitale.

Tante storie diverse ritrovate all’unisono per un concerto che ha sorpreso e inorgoglito, un team venuto dalla rosa dei venti e capace di seguire lo spartito come una grande orchestra, perfino improvvisando come Picasso in alcune sue opere: “Posso disegnare in cinque minuti perché lo faccio da mezzo secolo” chiarì il maestro spagnolo ad uno sbalordito petroliere texano. Ma a Ceglie non si vuol dormire sulla gloria e il calo di spettatori dell’altra sera indica la severità d’azione. In piazza c’era meno gente rispetto allo scorso anno e soprattutto c’erano uditori più esigenti, forse effetto del governo multicolor o impassibilità ad un evento già consumato perché ancora una volta, in silenzio e con determinazione, qui già si guardano nuove prospettive. © RIPRODUZIONE RISERVATA