Acque chiare, battaglia sull'hotel La Procura (ri)pensa alla confisca

Venerdì 26 Giugno 2020 di Roberta GRASSI
La procura valuta di chiedere il ripristino della confisca dell'albergo e delle villone del complesso Acque Chiare. Bisognerà solo stabilire se ad agire debba essere Brindisi o la procura generale presso la Corte d'Appello di Lecce. Al momento, insomma, l'intera questione, nonostante ci sia una sentenza definitiva della Cassazione sul villaggio ritenuto una lottizzazione abusiva e rimasto sotto sequestro per 11 anni, è tutt'altro che risolta: a fare chiarezza sarà molto probabilmente il giudice dell'esecuzione. Tra gli addetti ai lavori sono numerose le interpretazioni che vengono date, in punto di diritto, al medesimo provvedimento che si attendeva per mettere una parola fine alla interminabile storia.
Nel dispositivo si parla di annullamento della sentenza di condanna dei quattro imputati e della revoca della confisca del comparto C (intero) che comprende tutti gli immobili di Acque Chiare. Ci sono alcune precisazioni sulle statuizioni civili, ma non è specificato altro. La motivazione invece, fa ritenere che anche l'hotel e le ville più grandi debbano essere inserite nell'elenco dei beni da (ri)confiscare. Il nodo dovrà essere in qualche modo sciolto, all'esito di un altro giudizio. Sarà ancora lunga e sarà battaglia, insomma. Su questo, almeno, non si nutrono ulteriori dubbi. La vicenda Acque Chiare nasce più un decennio fa, per l'esattezza alla fine di maggio del 2008 quando l'intero insediamento costruito da Vincenzo Romanazzi sulla litoranea per Apani viene posto sotto sequestro dai militari della guardia di finanza di Brindisi su delega della procura.
Si indaga per lottizzazione abusiva, per una trasformazione urbanistica che avrebbe scandito la vendita di villette che in realtà avevano destinazione d'uso turistico-alberghiera. Ne sorge un procedimento penale infinito. Terminato in primo grado con una sentenza di condanna per i quattro imputati (oltre a Romanazzi anche il progettista, un notaio e l'allora dirigente dell'ufficio tecnico comunale). In secondo grado la sentenza è stata confermata. Poi il reato si è prescritto. La Cassazione si è espressa il 5 luglio 2019, le motivazioni sono state depositate di recente. Nel dispositivo era precisato che la sentenza di condanna era stata annullata senza rinvio. Poi un appunto sulla revoca della confisca del comparto C che è quello di cui, sulla carta, fanno parte tutte le villette e l'albergo.
Nulla da dire su comparto A e B, su cui invece ricadono spiaggia e parcheggi, che è ora nuovamente sotto chiave e nella disponibilità del Comune di Brindisi. Nei giorni seguenti alla decisione della Suprema Corte era invece stato avviato l'iter di restituzione degli immobili agli aventi diritto: le casette a chi le aveva acquistate e quasi mai fruite, l'hotel e le villone (alcune delle quali cedute solo con un preliminare d'acquisto ma senza rogito) alla Acque Chiare srl. Una volta depositata la motivazione sono sorti alcuni problemi. Si è insinuato il dubbio, confrontando il ragionamento degli Ermellini con l'effettiva decisione eseguita, che vi fosse stato un errore materiale nel ritenere l'hotel non inserito nel comparto C poiché la Cassazione ha specificato che la revoca della confisca è relativa unicamente agli immobili oggetto di compravendita. Più nel dettaglio gli Ermellini hanno spiegato di non aver accolto le doglianze di Romanazzi perché non titolato a rappresentarle in proprio. C'è insomma bisogno di ricorrere a un altro giudice per ottenere una corretta e insindacabile lettura del provvedimento. Le bocce, in queste ore, sono ferme. Ma qualcuno dovrà fare la prima mossa per definire la situazione. E in particolare la questione hotel e affini.
La procura della Repubblica di Brindisi ci sta lavorando su. Bisognerà accertare, senza ovviamente commettere il rischio di un errore, a chi spetti fare il primo passo per sbrogliare la matassa. Se ai magistrati brindisini o alla Corte d'Appello di Lecce. Poi, si procederà.
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