Mazzette, Rolex e diamanti per pilotare le sentenze: in carcere due magistrati

Lunedì 14 Gennaio 2019 di Erasmo MARINAZZO
Due milioni di euro di tangenti e poi anche diamanti ed un Rolex Daytona da 37mila euro: è questo il prezzo che l'imprenditore edile di Trani Flavio D'Introno, 45 anni, avrebbe pagato ai magistrati Antonio Savasta e Michele Nardi per indirizzare favorevolmente i suoi processi penali, civili e tributari. Salvo poi finire minacciato di morte e di diventare un desaparecidos per mano dei servizi segreti deviati, quando i soldi finirono. Un vero e proprio sistema corruttivo, collaudato e radicato in parallelo nella procura di Trani. Il terremoto giudiziario coinvolge però anche Roma, Firenze, Barletta, Corato.
L'inchiesta della Procura di Lecce, titolare per competenza sul distretto di Corte d'Appello di Bari, ipotizza il reato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione giudiziaria sistematica: è questa l'accusa che fa da traino, formulata dal procuratore Leonardo Leone de Castris e dal sostituto Roberta Licci con i carabinieri del Nucleo operativo della Compagnia di Barletta. Nell'inchiesta è coinvolto anche l'imprenditore Luigi Dagostino, 51 anni, di Fasano, ex socio di Tiziano Renzi.
Di tutto questo si parla nell'ordinanza di custodia cautelare del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce, Giovanni Gallo: in carcere Savasta e Nardi, 53 e 52 anni, entrambi in sevizio a Roma, il primo come giudice civile e l'altro come pubblico ministero. Stessa misura cautelare per Vincenzo Di Chiaro, 58 anni, ispettore del Commissariato di Corato, accusato di essere stato il braccio operativo delle vicende giudiziarie pilotate dai due magistrati per favorire l'imprenditore D'Introno.
Diciotto in tutto gli indagati, tre di loro sono stati colpiti dalla misura interdittiva di un anno poiché accusati di avere avuto un ruolo fattivo nei 16 episodi di corruzione contestati dalla Procura di Lecce: dalla professione legale l'avvocato Ruggiero Sfrecola e l'avvocatessa Simona Cuomo, 53 e 42 anni, di Barletta e di Bari, e dalle attività imprenditoriali Luigi Dagostino.
Sigilli anche ai patrimoni, per equivalente della somma di cui si parla nelle indagini: due milioni di euro. A Savasta 489mila euro, 672mila euro a Nardi (compresi il Rolex Daytona ed i diamanti), 436mila euro all'ispettore Di Chiaro ed all'avvocatessa Cuomo, infine 53mila euro a testa a Dagostino ed all'avvocato Sfrecola.
A Lecce si terranno gli interrogatori degli indagati colpiti dalle misure cautelari perché la Procura salentina è competente per i reati commessi e subiti dai magistrati del distretto di Corte d'Appello di Bari. Ed è per questo che furono trasferiti negli uffici giudiziari del capoluogo salentino gli atti riguardanti una intercettazione riguardante le minacce subito dal gestore di un supermercato di Bari. Un uomo ed una donna parlarono del processo per usura a carico di D'Introno. Così la donna: «Ha preso sette anni e mezzo la prima volta, se ne è fatti due». E l'uomo: «Sì, ma lui se la fa con il magistrato, è peggio quello scemunito. Gli ha levato i soldi sto magistrato.....è uno alto brizzolato». Quella descrizione indirizzò gli inquirenti verso Michele Nardi. E il primo riscontro arrivò dalla banca dati dei carabinieri perché fu fermato con D'Introno nel gennaio del 2011 a Trani per un controllo sulla circolazione stradale.
Da quell'indizio si è così passati alla contestazione odierna che lo accusa di essere stato il promotore e l'organizzazione del sistema per favorire l'allora amico imprenditore: avendo a disposizione lo schema dei turni dei pubblici ministeri della Procura di Trani, per meglio indirizzare i fascicoli riguardanti D'Introno, che fosse vittima o indagato. Fino a coinvolgere direttamente il collega Savasta.
Madre di tutte le corruzioni in atti giudiziari concrete, tentate o solo millantate, viene indicato il processo per usura: Nardi risponde di avere assicurato di poter comprare quella sentenza. Ed avrebbe per questo ottenuto un viaggio a Dubai del costo di 10mila euro, lavori di ristrutturazione di una casa per 120-130mila euro, altri 600mila euro di lavori nella villa della moglie e del denaro in contante. Nella carte dell'inchiesta si parla anche di una richiesta di due milioni di euro avanzata una settimana prima della sentenza, prospettando una situazione molto grave: D'Introno non li pagò perché non aveva tutto quel denaro. Ed alla fine fu condannato a sette anni e mezzo di reclusione.
Dieci in tutto i processi e le inchiesta su cui pende il sospetto di essere stati pilotati. C'è anche l'indagine sull'imprenditore Dagostino: anche quella diretta dall'allora pm Savasta per riciclaggio, su una serie di fatture false emessa a favore delle sue società. Savasta è accusato di non avere iscritto Dagostino sul registro degli indagati, di non averlo interrogato e di non avere trasmesso il fascicolo alla Procura di Firenze per competenza. Ultimo aggiornamento: 15 Gennaio, 19:11 © RIPRODUZIONE RISERVATA