Il racconto della poliziotta: «Le donne maltrattate vengono da noi e chiedono aiuto per un'amica. Hanno paura, ma è la strada per uscirne»

Il racconto della poliziotta: «Le donne maltrattate vengono da noi e chiedono aiuto per un'amica. Hanno paura, ma è la strada per uscirne»
di Alba DI PALO
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Venerdì 25 Novembre 2022, 09:18 - Ultimo aggiornamento: 13:31

«Quando arrivano da noi è perché hanno compreso che l'amore per cui magari hanno anche lottato è diventato un inferno. Quando varcano, raggomitolate nel timore, l'ingresso della stanza in cui vengono accolte nella massima protezione è come se fuori, lasciassero quella corazza costruita da una ferrea gracilità dietro cui hanno trincerato pianti disperati e soffocati oltre a giornate inimmaginabili anche per chi le conosce bene. Perché la vera difficoltà è acciuffare e fare propria la consapevolezza di essere in trappola, che uno schiaffo non è una carezza diventata impetuosa per una parola sbagliata ma un gesto intollerabile che non ha mai una giustificazione». Sono le parole di Santa Mennea, dirigente del settore prevenzione crimine della questura di Barletta - Andria - Trani che da oltre due decenni indossa la divisa. E di storie di figlie, madri, compagne, mogli trafitte da pugni scagliati da mani che avrebbero dovute coccolarle o difenderle, ne ha conosciute tante, troppe.

In che modo si affrontano?
«Creando un dialogo attraverso le emozioni, cogliendo anche in un piccolo gesto, un segno di vulnerabilità».

Come chiedono aiuto le vittime?
«Si presentano per cercare informazioni per un'amica. Tra balbettii esitanti e frenati dalla paura, domandano suggerimenti per una conoscente: è chiaro che quelle amiche, quelle conoscenti sono loro. Inizia così un dialogo che porta alla salvezza». 

Spesso a ferire è il compagno, il marito, il fidanzato, l'uomo a cui hanno affidato il loro destino o con cui hanno creato una famiglia oppure un ex che non si convince che un amore può terminare. Che estrazione sociale hanno?
«Ultimamente sono capitati qui, in questura ad Andria, due distinti professionisti che avevano innescato un meccanismo di autentica persecuzione nei confronti delle donne con cui avevano una relazione: oscillavano tra messaggi inviati in modo compulsivo su chat istantanee o social network e appostamenti vicino ad abitazioni, luoghi di lavoro, palestre, case di parenti. È come se le donne, che considerano come proprie, diventassero ossessioni da domare in qualche maniera»

Ai maltrattanti basta l'ombra di un sospetto, un infimo dubbio per scagliare una parola aggressiva, per infliggere un ceffone che dovrebbe dimostrare chi comanda e che invece esplicita la timorosa fragilità dell'abbandono. C'è una storia che le è rimasta impressa?
«Ricordo tanti anni fa una signora: raggiunse il commissariato per chiedere aiuto. Nel mio ufficio arrivò la segnalazione e mi attivai subito, senza attendere oltre perché le parole che quella donna incise nere su bianco su un foglio, erano un colpo al cuore. Non la incontrai neppure ma riuscimmo in pochissime ore a prendere lei e i suoi figli e a sistemarli in una comunità alloggio. Il marito impazzì: chiese a chiunque - dai genitori di lei alle amiche - aiuto dicendo che stava male, che aveva bisogno di vederla e che senza la moglie non poteva vivere. Le sue richieste non furono assecondate  anche perché nessuno sapeva dove fossero. Dopo tanti mesi, la incontrai: era riuscita a riprendere il bandolo della sua vita e a far conoscere ai figli quella serenità che non avevano mai vissuto. Ammetto che incrociare quegli occhi pieni di luce fu davvero emozionante». 

C'è un modo per aiutare gli uomini colpevoli di azioni impensabili, illogiche e immotivate?
 «C'è uno strumento che tutela le vittime e aiuta stalker e aggressori: l'ammonimento del questore. Si tratta di un avvertimento che viene emesso dopo le dichiarazioni rese dalla vittima. Non è un semplice atto che viene notificato ma è l'inizio di un cammino che conduce alla comprensione di un errore che non deve essere in alcun modo ripetuto. Qui diversi ammoniti hanno aderito al protocollo Zeus che gratuitamente dà sostegno psicologico. È stata una precisa scelta del nostro questore, Roberto Pellicole che è molto sensibile alla tematica del contrasto della violenza di genere: siamo impegnati anche in attività di sensibilizzazione nelle scuole. I ragazzi ci ascoltano». 

Qualcuno di loro ha poi denunciato? 
«No, ma attraverso i docenti siamo riusciti a individuare qualche caso al limite e a prenderli in carica». 

Cifre che descrivono il fenomeno per la Bat non ci sono ancora. Come mai?
«Siamo un presidio giovane ma stiamo lavorando perché ogni corpo oltraggiato, ogni vita offesa non è una pratica burocratica da sbrigare per fare numero ma esistenze da ricomporre, rimettere in piedi. E noi siamo qui, anche per questo». 
 

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