Barletta, il sindaco Cannito lascia «Ma la mia città perde ancora»

Giovedì 14 Ottobre 2021 di Antonio BUCCI

«A far concludere traumaticamente questa amministrazione sono stati quelli che ubbidiscono agli ordini di chi mal sopporta la mia autonomia politica. Sono un battitore libero. In democrazia, però, valgono i numeri e, con amarezza, prendo atto che non ci sono le condizioni per continuare. È stato un onore servire la città». Mino Cannito non è più il sindaco di Barletta. Non sono neppure le 18, quando si congeda. La voce è rotta, il suo intervento interrotto dagli applausi. A decidere l'epilogo è il pallottoliere, segnando i numeri della mozione di sfiducia firmata da tutte le opposizioni. Che sarebbe finita così, lo era capito sin dalla vigilia, con l'ideale passaggio di consegne del primo cittadino: «Lascio un Comune con i conti a posto e i cantieri avviati, molti dei quali prossimi alla consegna. Purtroppo, Barletta perde ancora, per colpa di un certo modo di intendere la politica che non sarà mai il mio», aveva scandito il primario dai social, lasciando la fascia tricolore. Quando prende la parola, lo fa per raccontare tre anni di mandato, mentre ai piedi di Palazzo di Città c'è già chi manifesta: Mino uno di noi, si legge su uno striscione, all'ingresso di via Zanardelli.

 

Ripercorre ostacoli e traversie, comprese le prime dimissioni, a pochi mesi dalle urne. Ci sono dentro il Jova Beach e l'emergenza Covid, la sentenza sul Palazzo delle Poste - «Se vincerete le elezioni, allora avrete l'obbligo di comprarlo», manda a dire ai democratici e pure il terremoto politico sul supermercato a pochi metri dal Castello. Cita lo stato dell'arte e la bozza del Piano Urbanistico Generale ma pure la banda larga e i sistemi di videosorveglianza. La conta non è ancora iniziata ma la questione è politica: «Ingiustificabile la firma da parte di chi, per tre anni, ha avuto in Giunta assessori di riferimento. Si sono accorti che hanno rinnegato quello che insieme abbiamo fatto?», dice delle sigle in calce al provvedimento. Alla fine, il temporale estivo è diventato un acquazzone autunnale e neppure il tentativo di ribaltone sull'asse Bari-Bat è riuscito ad evitare il liberi tutti. Il Governatore ha provato a sparigliare, convocato le parti, proposto un'amministrazione a trazione Pd-Cinque Stelle con la stessa guida ma non c'è stato nulla da fare. Gli hanno risposto picche, dem in testa, irremovibili sui banchi della minoranza. Sul tavolo c'erano già le dimissioni del sindaco, sarebbero diventate efficaci tra qualche giorno, una volta scaduti i termini previsti dalla legge per ritirarle. Le aveva protocollate per provare a riaprire i giochi ed uscire dall'impasse con i suoi, in parte riconducibili alle sigle di centrodestra ma sotto insegne civiche. Non è servito: «Ringrazio il presidente, è evidente che di fronte a gruppi di potere non ha potuto fare molto», ammette. Il valzer degli addii è lungo e ha tempi e ritmi della massima assemblea cittadina. Chiama i firmatari uno ad uno: «Sono stato abbandonato da persone alle quali avrei dato le chiavi di casa mia», si sfoga, riavvolgendo il nastro fino alla formazione delle liste delle scorse Comunali. Il convitato di pietra è Filippo Caracciolo, capogruppo dem in via Gentile. Cannito non lo nomina mai, lo evoca a più riprese, come aveva fatto nel duro j'accuse prima del voto sul riequilibrio di bilancio. Dopo la pausa, tocca a Carmine d'Oronzo aprire l'ultimo giro di giostra. Il sindaco ha già lasciato l'Aula: «Ho lavorato tanto, sono stanco, mi sento sconfitto sul piano umano e non su quello politico», risponde a chi gli chiede se correrà ancora. Troppo presto per dirlo. Intanto, all'orizzonte ci sono otto mesi di commissariamento.
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Ultimo aggiornamento: 18:48 © RIPRODUZIONE RISERVATA