Sicurezza, l'appello del questore ai cittadini prima della pensione: «Siate sentinelle di legalità»

Sicurezza, l'appello del questore ai cittadini prima della pensione: «Siate sentinelle di legalità»
di Matteo CAIONE
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Domenica 2 Ottobre 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 08:44

È da ieri in pensione il questore di Bari Giuseppe Bisogno, 65 anni: lo scorso 30 settembre il suo ultimo giorno di servizio. Prima di approdare nel marzo del 2019 nel capoluogo pugliese è stato questore ad Agrigento, poi direttore del servizio Polizia Stradale del dipartimento della Pubblica dicurezza e anche questore a Perugia. Il suo ultimo appello è rivolto ai cittadini: «Siate sentinelle di legalità, la Polizia è un patrimonio di tutti». 


Dottor Bisogno, dopo tre anni di servizio che città lascia?
«Ho sempre pensato che la città metropolitana di Bari fosse ben attrezzata sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica per fronteggiare qualsiasi sfida. E ancor di più lo dico adesso. Nelle cose complesse come l’ordine e la sicurezza pubblica, c’è bisogno di razionalizzare le forze, c’è bisogno di coordinamento. E questa realtà che lascio, grazie al lavoro della procura e del procuratore sotto il profilo della polizia giudiziaria, e della prefetta sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza, non ha da temere alcunché. A Bari si lavora veramente bene. E c’è da ringraziare anche l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Decaro che è anche presidente della città metropolitana e tanti altri valorosi sindaci che sono contento di aver incontrato». 


Si invocano a ogni piè sospinto più controlli, più forze di polizia sul territorio. Ma la militarizzazione del territorio non rischia di diventare una sconfitta? La sicurezza non si costruisce anche e soprattutto con altro?
«Il controllo del territorio deve essere efficacemente svolto dalle forze di polizia a competenza generale e quindi, in primis polizia e carabinieri, e col contributo specifico e fondamentale delle polizie municipali. Ma ciò che soprattutto serve è la collaborazione del cittadino: non una collaborazione che si esaurisce con l’appello a fare una chiamata alle forze di polizia, ma collaborazione che vuol dire partecipazione attiva alla costruzione della sicurezza. Saper fare la differenza è fondamentale. Un conto è il vulnus della sicurezza pubblica, un’insidia, un attacco o un‘aggressione al bene personale, altra cosa sono l’inciviltà e il degrado che necessitano di un altro tipo di intervento e di approccio. Cittadini siano quindi sentinelle e custodi del territorio. E la comunità percepisca davvero la Polizia di Stato e le forze dell’ordine come un bene proprio, come qualcosa che appartiene a tutti cittadini». 


L’estate barese è stata macchiata dal gravissimo episodio di violenza sessuale nei confronti di due turiste di 18 e 17 anni. Nonostante l’inasprimento delle pene e le iniziative di sensibilizzazione, le violenze sulle donne sono in aumento. Cosa manca ancora per vincere questa battaglia?
«La grande sfida è quella educativa. Cerco, tuttavia, di esaminare elementi importanti: stiamo raccogliendo, dal punto di vista dei casi che vengono alla luce e che poi perseguiamo, risultati che vengono dal sommerso. Molti di questi casi in passato non sarebbero mai stati denunciati. I casi aumentano anche perché vengono alla luce, cioè le violenze sulle donne vengono finalmente denunciate. Sia come legislazione che come formazione dei magistrati che della polizia giudiziaria, e anche per quelle che sono le prerogative assegnate ai questori in termini di misure di prevenzione, siamo messi bene. Ovviamente, la sfida vera è l’opera di educazione a tuttotondo che va portata avanti con impegno. Non c’è nessun affetto che può degenerare in possesso. Vale nella coppia come in famiglia». 


Aggressioni, ma anche scippi e risse. E spesso i protagonisti sono giovanissimi e baby gang. E risalgono proprio ai giorni scorsi numerosi provvedimenti di Daspo urbano nei confronti di minori. È la strada giusta?

«Qualcosa in più ovviamente bisogna fare: sempre più minori commettono reati e spesso anche sotto la soglia di punibilità. Un dato che preoccupa. C’è da rivedere qualcosa dal punto di vista normativo e investire molto di più su educazione e rieducazione. E riflettere su come aiutare questi ragazzi minorenni. Molti, di fatto, non hanno una guida genitoriale. E per aiutarli davvero fino in fondo bisogno arrivare anche togliere, se necessario, la potestà geneitoriale a chi non è in grado educare i propri figli. 
La scarcerazione e il ritorno a casa del killer di Michele Fazio sono stati saluti con una batteria di fuochi d’artificio. C’è il rischio che i clan abbiano più consenso sociale di chi li combatte?
Assolutamente no. A Bari il consenso sociale è per le forze dell’ordine, per la magistratura e le persone perbene. Inneggiare ai clan è subcultura. Quelli che dopo aver scontato la pena tornano in libertà, di certo non vengono dimenticati sotto il punto di vista dell’attenzione da parte dell’apparato. Se dimostrano di aver cambiato vita e aver abbracciato la strada della legalità saranno sicuramente ben accolti. Esplodere fuochi d’artificio senza licenza è un’azione illegale e viene compiuta da chi vive nell’illegalità. Le persone perbene esprimono invece nel solco della legalità il consenso e la gratitudine a chi combatte la mafia». 
È delle scorse ore l’ultima relazione semestrale della Dia. A Bari si continua a sparare: si preme il grilletto con facilità. E ci sono consorterie mafiose, come il clan Strisciuglio, che continua a manifestare forti mire espansionistiche. A che punto è la lotta alle mafie?
«Nei confronti della criminalità organizzata non bisogna mai farsi illusioni. I clan esistono sul territorio e fanno affari, ma rispetto al passato sparano di meno. E quando di recente lo hanno fatto, i casi in questione sono stati accertati e perseguiti. La Dda è presente in tutte le questioni delicate con un coordinamento straordinario delle forze di polizia. La differenza ulteriore, però, la fa la comunità decidendo da che parte stare. I cittadini possono fare la differenza denunciando l’usura, le estorsioni, denunciando ciò che vedono. Si può fare la differenza anche evitando le scorciatoie. Anche con gli affari economici si favorisce la criminalità, anche acquistando droga, che è una grande piaga, si arricchisce la mafia. Il mercato degli stupefacenti è florido perché c’è una domanda che non cala mai. E il racket non è solo il pizzo ma anche imporre determinate assunzioni o l’acquisto di determinate forniture. Per estirpare questi fenomeni è fondamentale la collaborazione e la denuncia delle vittime». 
Si conclude la sua lunga carriera al servizio dello Stato: che insegnamento le lascia la vita vissuta in Polizia?
«Si arriva a ricoprire ruoli importanti quando si ha il bagaglio di competenze per poterlo fare. Insomma, non c’è improvvisazione e questa è una garanzia per i cittadini e per la tenuta del sistema sicurezza. Mi ritengo fortunato per aver fatto un lavoro che, se potessi tornare indietro, rifarei ancora una volta. Mi ha dato la possibilità di girare e conoscere l’Italia, anche a costo di sacrifici, ma la medaglia ha sempre il suo rovescio. La gratificazione più bella è quella che si riceve, nel momento di congedarsi da un incarico, dagli uomini e delle donne che coordini o dirigi. Ho conosciuto grandi professionisti e gente in divisa che ama ciò che fa. I sentimenti che cittadini e collaboratori mi hanno espresso sono il regalo più bello di questi 41 anni di servizio. Ringrazio i miei capi, in particolare i prefetti Gabrielli e Giannini. Sono stato tre anni e mezzo a Bari e ho voluto concludere qui la mia carriera. È una gran bella terra e sono stato testimone di un grande lavoro di squadra: si cammina insieme, e questo non sempre è scontato». 
Cosa ci sarà nella sua nuova vita?
«Farò il nonno, mi dedicherò al mio nipotino».

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