Rimorchiatore affondato, la testimonianza del comandante del Pontone: «Dovevano buttarsi in acqua». La testimonianza. Sequestrato l'AD3, due indagati. Si ipotizza problema tecnico

Rimorchiatore affondato, la testimonianza del comandante del Pontone: «Dovevano buttarsi in acqua». La testimonianza. Sequestrato l'AD3, due indagati. Si ipotizza problema tecnico
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Venerdì 20 Maggio 2022, 15:01 - Ultimo aggiornamento: 21 Maggio, 12:55

«Hanno imbarcato acqua in modo tanto rapido che non ce l'ha fatta a mantenere la linea di galleggiamento ed è andato giù a picco». A parlare è Carmelo Sciascia, il comandante del pontone AD3 rimorchiato nel porto di Bari dopo l'affondamento del rimorchiatore Franco P. mercoledì sera. Intanto il pontone AD3 è stato sequestrato e due persone,  il comandante del rimorchiatore, il 63enne di Catania Giuseppe Petralia e l'armatore Antonio Santini, 78enne romano sono stati iscritti nel registro degli indagati.

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La testimonianza di Sciascia

Sciascia è uno dei testimoni oculari del naufragio. Ha risposto a poche domande dei cronisti prima di essere sentito dagli uomini della capitaneria di porto che su delega della procura stanno raccogliendo le testimonianze dei componenti dell'equipaggio. «Ho visto tutto e niente. Ho detto io di buttarsi in acqua, ma non ce l'hanno fatta i ragazzi e sono andati giù» ha detto. Secondo il comandante le condizioni meteo «c'entrano fino a un certo punto, perché c'era mare, 3 metri e mezzo di nord est e vento». Sciascia chiarisce che il comandante del rimorchiatore affondato, unico superstite, «non lo abbiamo visto, lo ha preso una nave che ho chiamato io per avvicinarsi e prenderlo perché vedevamo una lucetta, perché i giubbotti hanno le lucette che si accendono quando si arriva in acqua. Se il personale - spiega - avesse indossato i giubbotti si sarebbero salvati tutti, ma non ci sono riusciti perché è stata troppo rapida la cosa e adesso si deve capire perché è stata così rapida».

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Il sequestro del pontone AD3

È stato sottoposto a sequestro probatorio il pontone AD3 che viaggiava a traino del rimorchiatore Franco P. affondato mercoledì sera al largo delle coste baresi. Il decreto di sequestro firmato dalla Procura di Bari è stato notificato dagli uomini della capitaneria di porto quando il pontone è attraccato nel porto di Bari. Nel provvedimento di sequestro risultano indagati il comandante del rimorchiatore, il 63enne di Catania Giuseppe Petralia, unico sopravvissuto all'affondamento e attualmente ricoverato in ospedale a Bari, e l'armatore Antonio Santini, 78enne romano, legale rappresentante della società Ilma di Ancona proprietaria del rimorchiatore e del pontone. Nel fascicolo d'inchiesta, coordinato dalla pm Luisiana Di Vittorio, si ipotizzano i reati di concorso in naufragio e omicidio colposo plurimo. Il decreto di sequestro riguarda anche il rimorchiatore affondato, il cui relitto però si trova a circa mille metri di profondità a 50 miglia dalla costa pugliese.

Il tecnico del pontone

«Ci si è spaccato il cuore, ma non abbiamo potuto salvarli. È successo all'improvviso, in 20-25 minuti. Eravamo in navigazione da quattro giorni e non c'era il minimo problema». Onorio Olivi è il tecnico del pontone AD3 tra i testimoni dell'affondamento del rimorchiatore Franco P. L'uomo è stato sentito oggi nella Capitaneria di porto di Bari nell'ambito dell'indagine sul naufragio nel quale hanno perso la vita tre marittimi e altri due sono ancora dispersi. «Abbiamo visto la barca che imbarcava acqua e non c'è stato niente da fare, neanche il tempo di poterli aiutare - spiega - , perché le condizioni del mare erano quelle che erano».

Ma chiarisce che con l'affondamento «le condizioni meteo non c'entrano niente, probabilmente c'è stato un inconveniente tecnico. Noi abbiamo fatto tutto quello che potevamo. Abbiamo messo anche un gommone in acqua rischiando la vita di quelli che andavano sul gommone, perché lì c'erano i nostri fratelli, ma purtroppo non siamo riusciti a fare niente. Il senso di impotenza ci distrugge tutti perché sei lì e non puoi fare niente». Commuovendosi spiega che «li sentivo come più che fratelli perché la vita del mare, chi la fa lo sa, 24 ore al giorno si affronta tutto insieme. Il momento è terribile. Abbiamo vissuto insieme, vent'anni abbiamo lavorato insieme, gente che ha lavorato una vita con noi. Adesso - continua - pensiamo al dolore delle famiglie, a chi non c'è più, padri di famiglia, nonni, genitori, uno doveva sposare la figlia, pensiamo a mogli e figli che ora hanno bisogno di conforto e poi alle colpe si penserà».

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