Latitante da tre mesi fa una videochiamata al padre in carcere: preso il figlio del boss

Latitante da tre mesi fa una videochiamata al padre in carcere: preso il figlio del boss
di Nicola MICCIONE
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Sabato 16 Aprile 2022, 12:21 - Ultimo aggiornamento: 17 Aprile, 21:05

L’hanno fermato al termine di una videochiamata con il padre detenuto, in cui si sarebbe intrufolato abusivamente, e tre mesi di latitanza. Si trovava in un casolare sulla costa a sud di Bari, in zona San Giorgio. Si è chiusa giovedì la fuga di Nicola Lorusso, 24 anni, figlio di Umberto, considerato il capo del clan omonimo che nei quartieri del litorale nord del capoluogo - San Girolamo, Fesca e San Cataldo - gestisce i traffici illegali.
Una cosca in contrapposizione a quella dei Campanale che, in una storica faida, è radicata nello stesso territorio. A stringergli le manette sono stati gli agenti della squadra mobile della questura di Bari che si erano messi sulle sue tracce dal mese di gennaio scorso, quando il giovane sfuggì alla cattura: dovrà scontare 1 anno e 2 mesi di reclusione per lesioni aggravate, detenzione e porto di armi a seguito di un ordine di carcerazione emesso dalla Procura generale presso la Corte d’appello di Bari.

L'operazione

Il blitz è scattato nel pomeriggio di giovedì scorso: il latitante, insieme ai propri familiari (questi ultimi, regolarmente autorizzati), aveva da poco terminato una videochiamata attraverso Skype - equiparata ai colloqui all’interno del carcere - con il proprio padre (Umberto, detenuto dal 2010 per una lunghissima serie di reati, nda), un aspetto che per gli investigatori è un indizio del fatto che continuasse a gestire le attività di famiglia, un «gruppo satellite del clan Capriati - si legge nell’ultima relazione dell’Antimafia - in contrasto per il controllo e la gestione delle attività illecite in quei quartieri contro l’articolazione Campanale affiliata al clan Strisciuglio».

Le contestazioni


I fatti contestati risalgono al 18 ottobre 2015, fra le attrazioni del Luna park allestito a Bitonto, in via Lazzati, durante la festa in onore dei Santi Medici, quando Lorusso, impugnando una pistola, avrebbe ferito Vito Antonio Tarullo: l’uomo, un tempo ritenuto vicino al clan Conte, prima di pentirsi, fu colpito alle gambe e ad un gluteo e operato al policlinico di Bari. In quella circostanza un passante fu ferito lievemente da una pallottola vagante, mentre il crepitio degli spari delle pallottole creò il panico fra le numerose persone che aspettavano il loro turno in fila alle giostre. Il motivo dell’agguato fu spiegato dallo stesso Tarullo, ex fedelissimo di Domenico Conte, oggi collaboratore di giustizia: le persone coinvolte avrebbero cominciato ad offendere «Mimm u negr», a capo del clan Conte, egemone nel rione 167 di Bitonto e rivale del gruppo dei Cipriano, e il sodale prese le sue difese. Lorusso, assieme ad altre persone, cominciò a sparare contro la vittima e alcuni proiettili colpirono Tarullo. «In questa guerra vado proprio a capitare io, il giorno dei Santi Medici - raccontò infatti Tarullo -. Stavano certi che hanno cominciato ad offendere Conte, io prendevo le sue parti e loro aprivano il fuoco: mi hanno sparato alle gambe e l’altro da dietro mi ha bucato tutto». Lorusso, all’epoca appena 18enne, fu arrestato nel dicembre 2017: in attesa di sentenza definitiva era tornato in libertà. Per la sparatoria dell’estate 2015, maturata nell’ambito di scontri fra i due clan rivali di Bitonto, altre tre persone (Luigi Tropeano, Vincenzo Surriano e Francesco Cosimo Natilla), sono già state condannate e arrestate. All’appello mancava solo lui, Nicola Lorusso. È stato un arresto da manuale, un intervento pulito.


Gli uomini del primo dirigente Filippo Portoghese, al termine di un’attività investigativa «caratterizzata da servizi tipici e atipici di polizia giudiziaria», sapevano di trovarlo lì, in quel casolare sul lungomare a sud di Bari. Dopo aver accerchiato la zona, i poliziotti l’hanno arrestato. Alla loro vista, il 24enne, non ha opposto alcuna resistenza: s’è lasciato ammanettare con una certa tranquillità. Pasqua la passerà in una cella del penitenziario di Bari, ben diversa da come forse l’aveva immaginata.

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