Blitz anti droga, la storia di Davide il bambino che a 11 anni consegnava le pistole ai killer

Figlio del braccio destro del capo mafia Antonio Capriati. Emiliano provò a “salvarlo”

Blitz anti droga, la storia di Davide il bambino che a 11 anni consegnava le pistole ai killer
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Giovedì 14 Luglio 2022, 08:20 - Ultimo aggiornamento: 11:05

Era il 28 luglio 2001, era notte. Davide Monti aveva 11 anni, camminava da solo a passo svelto tra i vicoli di Bari vecchia. Tra le sue mani aveva una busta di plastica con all'interno, avvolta in uno strofinaccio, una pistola calibro 9 pronta a fare fuoco. Un'arma con il colpo in canna che doveva passare ad un sicario, un esponente del clan Capriati. Da quel giorno, per tutti, Davide è il «bambino con la pistola».

Chi è Davide

Una storia che, in un baleno, fece il giro d'Italia. I carabinieri conoscevano già quel bambino, ferito ad un ginocchio durante una sparatoria a 9 anni, perché figlio di Domenico, detto «Mimmo u biond», braccio destro dello storico boss Antonio Capriati. Dopo quell'episodio fu trasferito in un istituto minorile a Pistoia, ma dopo essere tornato a Bari vecchia, il 27 novembre 2004, fu ferito in un agguato in cui perse la vita Antonio Fanelli, di 26 anni. L'appena eletto sindaco Michele Emiliano, oggi governatore della Puglia, cercò di salvare quel ragazzo, ma non se ne fece nulla. Finì in un'altra comunità, stavolta in Puglia, ma fuggì e non volle più tornarci, imboccando la strada sbagliata, quella del crimine, e specializzandosi nelle rapine.

Con svariati precedenti giudiziari ormai definitivi alle spalle per numerose rapine e sequestri di persona commessi fra il 2006 e il 2007, una tentata rapina, un episodio di resistenza a pubblico ufficiale, un furto all'interno di un'abitazione e plurime violazioni della sorveglianza speciale, nell'estate del 2017, nonostante fosse destinatario dell'obbligo di soggiorno e di firma nella sua città natale, Bari, fu sorpreso nel Salento mentre partecipava ad un beach party in uno dei più noti stabilimenti di Gallipoli.

E così, nonostante l'interesse e tutte le offerte formative ed alternative al contesto di vita abituale, «il ragazzo ha preferito quest'ultimo, dal quale non si è saputo consapevolmente allontanare» hanno scritto i giudici minorili in uno dei tanti provvedimenti a suo carico. Il nome di Davide Monti, 32 anni il prossimo 5 agosto, è fra quelli delle dodici persone arrestate all'alba di ieri. Lui, «con il ruolo di promotore e organizzatore dell'associazione, nonostante la sottoposizione agli arresti domiciliari - è scritto agli atti dell'inchiesta - si occupava, unitamente al sodale Vito Giuseppe Laera, dell'approvvigionamento dei quantitativi di stupefacente, che successivamente venivano consegnati ai sodali Coppi, Giacovelli, D'Addabbo, Dispoto e Anastasio, ovvero ad altri soggetti a tal fine incaricati, i quali, a seconda delle occasioni, provvedevano al taglio, al confezionamento, all'occultamento e alla cessione agli acquirenti».

Un sodalizio, quello operante tra Bari (ove agiva Monti) e Turi (ove imperava il suo referente Laera), dal 2018 al 2019, che non è stato scalfito affatto dell'arresto del suo capo. «La carcerazione di Monti - scrive il gip Mattiace - non ha impedito al sodalizio di essere operativo, mantenendo i contatti con il capo e consentendogli di mantenere intatta la sua caratura criminale nonostante la limitazione della libertà personale». Numerosi, secondo le indagini, sarebbero stati i tentativi da parte di Monti, che sarebbe riuscito a «procurarsi illecitamente un cellulare per intrattenere rapporti con l'esterno e dare quindi le propri direttive», di influenzare i funzionari penitenziari del carcere di Bari. «Detti tentativi - è scritto - sono rimasti inevasi solo grazie alla correttezza dei pubblici ufficiali che non hanno dato seguito alle richieste formulate loro, ma, anzi, con apposita relazione scritta hanno informato il proprio comandante».
N. Mic.
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