Baritech, dal boom di mascherine all'assenza di commesse

Baritech, dal boom di mascherine all'assenza di commesse
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Venerdì 4 Febbraio 2022, 13:21 - Ultimo aggiornamento: 5 Febbraio, 07:06

Baritech è una delle quattro aziende (le altre Bosch, Natuzzi e Brsi) da tempo all'attenzione della task force regionale dell'occupazione e che il presidente Leo Caroli aveva già segnalato fra i tavoli di crisi più caldi. La vicenda della Baritech può sembrare per certi aspetti paradossale.

Infatti l'azienda, sorta sulle ceneri della ex Osram che produceva lampadine e neon fino a novembre scorso, con l'installazione delle quattro linee di produzione di tessuto meltblown, pareva ormai proiettata verso un futuro roseo.

Il contratto (scaduto) con la struttura commissariale


Era stato infatti sottoscritto un contratto con la struttura commissariale dell'emergenza pandemia che aveva fatto ben sperare. Il punto è che questa commessa per la produzione di tessuto non tessuto per il confezionamento delle mascherine chirurgiche, è terminata a dicembre scorso. Infatti il contratto era stato sottoscritto con il precedente commissario per l'emergenza Covid, cioè Domenico Arcuri e prevedeva il rinnovo annuale. Tale opzione però non è stata esercitata dall'attuale commissario per l'emergenza Covid, il generale Francesco Paolo Figliuolo. Fine della produzione e probabile dismissione dello stabilimento. I vertici della Baritech hanno interlocuzioni in atto con tre gruppi, due pugliesi nel settore metalmeccanico e tessile e un terzo turco, Martur.
Il punto è che i profili professionali che interessano all'azienda turca avrebbero poco a che vedere con i 150 dipendenti Baritech. «Nel prossimo incontro del 24 febbraio (task force regionale per l'occupazione, ndr) si spera che vi siano chiarimenti da parte dell'azienda. Intanto sottolinea il professor Federico Pirro, coordinatore scientifico Cesdim - si sono fatti avanti imprenditori che vorrebbero rilevare parti della fabbrica. Ora bisogna capire se hanno progetti industriali credibili, se sono affidabili sotto il profilo finanziario e quante persone assumerebbero. La Baritech vorrebbe cedere tutto il sito con il personale ma, se non ha alternative a loro volta credibili, deve riflettere sulla possibilità che vi siano più operatori a subentrare nella fabbrica».

In particolare per quanto riguarda la Martur è necessario capire se l'azienda è intenzionata a rilevare tutto lo stabilimento o una parte e con quante unità lavorative. Ma se Baritech nel prossimo incontro non portasse alternative e Martur non fosse intenzionata ad assumere i 150 lavoratori o parte di essi, quali potrebbero essere gli scenari possibili? «Si potrebbe aprire un confronto per la loro ricollocazione con altre aziende della zona industriale di Bari ma anche dell'hinterland, dalla meccanica all'agroalimentare, dalla gomma all'oil&gas, dal legno-mobilio all'Ict, potrebbero essere consultate. Si potrebbe continua Federico Pirro - anche compiere una rapida verifica per attrarre nuovi investitori nella zona industriale». Da non tralasciare il ruolo che potrebbe svolgere la Regione. «La Regione, ad esempio, con la sua task force, lavorando di concerto con tutte le associazioni datoriali pugliesi, comprese le grandi centrali cooperative e i loro settori manifatturieri, potrebbe avviare consultazioni serrate presso un panel selezionato di investitori del Nord per verificare con essi le convenienze insediative nei nostri territori».
Secondo Pirro, docente di storia dell'industria, occorre compiere uno sforzo comune. «Voglio ricordare che nel piano di sviluppo strategico della ZES adriatica di cui il sottoscritto ha redatto la parte riguardante le tipologie settoriali potenzialmente attivabili vi sono indicazioni merceologiche precise su cui poter lavorare. Occorrerebbero allora determinazione, competenza e modalità operative innovative in questi frangenti da parte di tutti: istituzioni locali, sindacati e imprese (anche cooperative) e loro associazioni».
 

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