Bari, si inginocchia per pregare e qualcuno chiama la polizia. La moglie: «Discriminato perché nero e musulmano»

Bari, si inginocchia per pregare e qualcuno chiama la polizia. La moglie: «Discriminato perché nero e musulmano»
di Mara CHIARELLI
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Giovedì 19 Agosto 2021, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 15:12

«Vorrei raccontare un episodio accaduto ieri». Comincia così, con la semplicità del coraggio, la storia di Angela e Assane (ndr, i nomi sono di fantasia per tutelarne la privacy): lei di Bari, lui senegalese, genitori di due splendidi bambini di 4 anni e 2 anni e mezzo, con il terzo in arrivo. Storia di integrazione, quella reale, fra barriere e sfottò, inciampi e ipocrisia, costruita sul rispetto delle reciproche culture. «Ho un marito nero e musulmano praticante. Per i curiosi: no, non mi sono convertita, non mi picchia - sorride - non mi costringe a mettere il velo e non mi vieta di mangiare maiale. Viviamo serenamente le nostre differenze culturali e cerchiamo di rispettarle». 

La segnalazione e il racconto


Differenze che, nonostante i proclami di accoglienza urlati dalla società, non smettono di discriminare. «Ieri abbiamo portato i piccoli ad un parco di gonfiabili. Arrivato l’orario della preghiera - racconta Angela - mio marito si è allontanato ed è andato vicino la nostra macchina per pregare. Lo fa sempre quando usciamo e lo fa con discrezione per non ostentare o spaventare la gente», spiega. Assane apre lo sportello della sua auto, stende il tappeto che si porta dietro e assolve al suo dovere di musulmano praticante. 
«Ieri però qualcuno l’ha notato e ha ben pensato di chiamare la polizia - prosegue - Sono arrivate ben due pattuglie che “timidamente” hanno chiesto i documenti a mio marito. Probabilmente, avevano già capito che avevano davanti una persona per bene che si stava facendo semplicemente i fatti suoi. Ma per protocollo, hanno dovuto comunque identificarlo. Inutile riportarvi l’imbarazzo e la mortificazione provata. Io purtroppo non ho assistito perché lo aspettavo nel parco con i bambini, ed è stato anche meglio perché i bambini si sarebbero spaventati tantissimo». Assane fa una professione a contatto con i disabili, ha studiato tanto: «Anche durante il suo lavoro è successo che qualcuno non volesse essere assistito, c’è una cattivissima informazione». 

L'effetto dei pregiudizi


Pregiudizi che si riverberano nel quotidiano: «La cosa peggiore - dice la donna - è che è stato riferito alla polizia di un tipo sospetto che stava rubando una macchina, e non magari di una persona che si era sentita male. Stava pregando, chinava anche il capo per terra, posso capire che possa impressionare, ma vedo giornalmente scene più raccapriccianti. Riporto solo uno dei tanti episodi vissuti, non come sfogo, ma per cercare di sensibilizzare un po’ la gente. Non si può vivere pensando che sia un crimine essere neri. Non vogliamo pacche sulle spalle o sostegno. Sappiamo che il mondo è pieno di gente ignorante, ma vorremmo proteggere i nostri figli da questo tipo di persone».
Quel che sorprende, dice ancora Angela, è che «ogni volta che lui sta con me non accade niente, la gente ci guarda incuriosita, a volte con sguardo buono e intenerito perché attratto da qualcosa di diverso. Certo, sguardi schifati ne abbiamo avuti - ammette - ma mai nessuno si è permesso di avvicinarsi in maniera crudele. Una volta ne abbiamo riso un sacco: eravamo all’outlet di Molfetta e mio marito giocava, con una palla da basket, con nostro figlio che all’epoca aveva un anno. Lui è alto due metri, e tutti hanno pensato fosse un giocatore di basket, solo perché giocava con il figlio».
E ancora: «Se siamo in un gruppo o in un negozio parlano sempre con me, non si rivolgono a lui, che è in Italia da 15 anni, o magari gli parlano in inglese, dando per scontato che lui non sia in grado di comprendere l’italiano, non lo fanno con cattiveria, vogliono sembrare accoglienti, ma si rivelano imbecilli». Poi il precedente: «Eravamo al parco, io ero poco distante da lui e un ragazzino di 11-12 anni lo ha chiamato “negro”. Mi sono avvicinata, gli ho chiesto se sapesse il valore di quello che aveva detto, lui ha negato di averlo chiamato così». Un problema di conoscenza, come sempre, di insegnamenti. «Ai nostri figli insegneremo ad essere un po' più forti rispetto agli altri - afferma la donna - ora sono piccoli e fanno intenerire, ma diventeranno bersagli di sfottò, devono imparare a ignorare le provocazioni. La differenza di colore tra mamma e papà, per loro, è già talmente naturale che non dev’essere spiegata».

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