Il coraggio di Renata, sola contro tutti: nuove carte e un film nel delitto senza fine

Renata Fonte
Dicono che il suo significato sia duplice, ma forse in fondo unico. E che se a Occidente è amore, a Oriente è purezza, e perciò lì stiamo. Dicono che rappresenti, da sola, la bellezza, l’armonia, la passione. Che sia un ringraziamento, una dimostrazione di affetto, comunque un omaggio, un augurio. Che adorni gli altari perché striata del sangue di Cristo; che celebri le donne come atto di dedizione totale; che festeggi le mamme in ossequio al fascino concesso dal tempo solo alle cose belle, preziose, uniche. Dicono che incarni la pietà degli Dei dell’Olimpo per un corpo senza vita, sottratto all’offesa della morte e trasformato in fiore per l’umanità. Dicono questo, dell’orchidea. E una, esemplare raro, nata in Salento e scoperta alle Cesine, ha nome di donna: Renata Fonte.

Renata. Spesso la figlia la chiama così. Forse attenua il dolore, recupera legami e sentimenti sotto altro nome. La mamma non c’è più dalla sera del 31 marzo 1984, uccisa sotto casa a 33 anni, a Nardò, a tarda ora dopo un consiglio comunale. Era assessore, Pubblica Istruzione e cultura, mille battaglie e molte per l’ambiente. Il personaggio è ormai storia, leggenda, mito. Il delitto scuote e divide la città, che incuba vittima e carnefici, lotte politiche e speculazioni edilizie, grandi progetti e miserie quotidiane. Passioni e interessi. Stordisce il Salento, colpito alle spalle, sorpreso al tepore della favola bella di isola felice che ancora ci illude. Lacera le coscienze: una donna, una giovane insegnante impegnata in politica, una madre di famiglia. Poche settimane per chiudere le indagini, curate dal commissario Rocco Gerardi, un monumento nella lotta alla criminalità; la folla assiepata sul corso all’uscita degli assassini in manette. Quattro anni e mezzo per blindare il processo in Cassazione. C’è il mandante. Ci sono i killer, gli intermediari, il movente. Caso chiuso?

Ogni volta il dibattito allontana i lembi di una ferita aperta. Succede sempre. Accadrà anche ora che sta per arrivare in tv il nuovo film, “Una donna contro tutti”, uno dei quattro episodi di “Liberi sognatori”, miniserie che parte oggi su Canale 5, dedicata alle vittime di mafia. Si comincia con la storia di Libero Grassi. Renata Fonte, impersonata da Cristiana Capotondi, sarà protagonista domenica 4 febbraio. Una nuova interpretazione, trent’anni dopo “La posta in gioco”, quando al cinema fu Lina Sastri a dare volto e voce all’assessore repubblicano di Nardò. «Nel tempo ho sovrapposto il viso di Lina a quello di Renata. L’ho incontrata di recente, ho immaginato come sarebbe stata mia madre se fosse ancora viva». Sabrina Matrangola, la figlia, aveva quindici anni. La sorella più piccola, Viviana, undici. Quel giorno il loro papà, Attilio, era fuori, all’estero, in Belgio. Lavorava sulle basi radar. Le bambine sono nate e cresciute in giro per l’Italia, la grande (ora docente di Storia e letteratura) in Lombardia, la piccola (architetto) in Sardegna. «Ricordo quando eravamo in Sicilia, a poca distanza da Sigonella, tutti quei militari, le jeep, gli americani. L’inglese è la mia seconda lingua». Nel 1980 il rientro a Nardò. Due anni dopo la candidatura col Partito repubblicano, lei nipote dell’insigne storico mazziniano Pantaleo Ingusci, detenuto nel ventennio fascista. L’elezione, l’ingresso in giunta, le battaglie. Il primo dei non eletti, Antonio Spagnolo, parlerà di brogli. Arrivava da Veglie, trafficava nel sottobosco delle pensioni, era rimasto fuori per una manciata di voti. Tutto regolare, in realtà. Dopo il delitto sarà lui a entrare in Consiglio e quindi in giunta. “Ho venuto a Nardò per portare la pace”, testuale. Lo arresteranno come mandante dell’omicidio, eseguito materialmente da Giuseppe Durante e Marcello My. Voleva il posto di Renata. Per favorire cosa, lui che sguazzava nel torbido; per aiutare chi? Allora: proprio un caso chiuso?

Portoselvaggio, da sempre oggetto dei desideri, era disciplinato come parco dal 1980. Una battaglia giocata e vinta con la legge regionale voluta dal presidente dell’assemblea pugliese Luigi Tarricone, anche lui di Nardò. Il braccio di ferro aveva visto in campo politici e ambientalisti, dallo stesso Pantaleo Ingusci a Salvatore De Vitis, ma anche ragazzi e studenti, da Mimino Caputo a “La voce di Nardò”, tutti schierati per sventare il piano di lottizzazione presentato dal barone Angelantonio Fumarola, proprietario dell’area, progetto faraonico alla fine naufragato nella “notte delle lunghe orazioni”. Nel consiglio comunale chiamato al voto, gli interventi fiume del missino Pinuccio Caputo e del socialista Pippi Bonsegna stroncarono la resistenza dei democristiani, all’alba ormai stremati e a corto di voti per via di due medici costretti a lasciare i lavori per aprire i rispettivi ambulatori. Quinta e ultima seduta: nulla di fatto e perciò vittoria. Argomento ritirato. Storia. Mito. Leggenda.

«Approdata in Consiglio nell’82, Renata entrò nella commissione per il Piano regolatore generale. Se Portoselvaggio era parco, l’area intorno no. Le attenzioni non sono mai scemate. Basta vedere cosa ne è stato dopo – racconta Sabrina –. Il suo era un entusiasmo misto a ingenuità. Ecologia era una parola sconosciuta, per pochi. Si pensava a recuperare il gap con il nord, era tutto emergenza, aiuti a pioggia con la Cassa per il Mezzogiorno. L’ambiente, invece, era impegno a lunga scadenza, dedizione alla cosa pubblica. Ho riascoltato i suoi interventi in consiglio, gli stessi che provava a casa con noi bambine. Una voce cristallina ed emozionata, una ricerca accurata delle parole, un impegno che traspariva ad ogni passaggio. Anni luce dalla politica di oggi, dalla faciloneria rimasticata. Renata era la passione e l’etica della responsabilità. L’incarnazione di un’idea. Dava fastidio, era evidente. Mi parlava delle telefonate minatorie che riceveva a casa; notavo con quale ferocia a volte era presa di mira. Ma vedevo anche crescere il consenso e la partecipazione della gente intorno a lei e alle sue battaglie. Ambiente e Portoselvaggio su tutto. Una vita scomoda che è diventata una morte scomoda, nonostante l’oblio assoluto dei primi anni. Ma quell’uccisione è stata un fatto dirompente. Un vero e proprio omicidio politico-mafioso. Una donna, una rappresentante istituzionale: troppo. Mi chiedo: perché attirare l’attenzione in modo così tragico e plateale se non per una posta drammaticamente alta? Il movente dell’ingresso in giunta non regge se non in un’ottica più ampia: Spagnolo era un burattino, la pedina di una complessa speculazione edilizia incombente sul territorio».

Scrivono i giudici di primo grado (la sentenza che distribuisce ergastoli e anni di reclusione sarà poi ribadita in Appello e Cassazione): “Spagnolo è il trait d’union più idoneo anche per quella ignobile fauna di pseudo industriali, possidenti, imprenditori edili, `benestanti´ che attraverso di lui cercano di realizzare sempre più grandi profitti. La Fonte `stava facendo perdere un sacco di soldi´ ostacolando un progetto di speculazione edilizia, la realizzazione di un residence lungo la costa salentina, verso Portoselvaggio”. E quanto all’area, il fatto che fosse ormai un parco regge fino a un certo punto, scrivono gli stessi magistrati (presidente Domenico Angelelli, giudice istruttore Luigi De Liguori, siamo col vecchio rito), perché “non tiene conto delle `italiche risorse´ e delle incredibili capacità di tanti amministratori e delle loro cricche di portare avanti piani di lottizzazioni, insediamenti urbanistici, creazioni di interi villaggi nonostante leggi, leggine e movimenti di opinione”. E su Portoselvaggio era ancora aperta la diatriba per le “zone di rispetto”. Sono proprio questi, conclude la sentenza, “i momenti in cui era necessario avere in Comune una `persona di fiducia´, non certo Renata Fonte”.

Ipotesi? Suggestioni? Realtà? La partita è aperta. Come la ferita: passano gli anni, sanguina ancora. Il dolore è a pelle. Le lacrime ne sono una tenue testimonianza. «Da poco – dice Sabrina – abbiamo saputo dell’esistenza di nuovi documenti». Tra questi, pare, anche una lettera. Forse attribuibile a Spagnolo. Lì sarebbe rievocata la galassia di interessi che in quel periodo si addensava su Nardò. «Mi piacerebbe che un magistrato leggesse queste carte e vi trovasse lo spunto per verificare quel che noi sosteniamo da tempo. Mi fermo qui. Di più non posso dire. Non è il momento. Preferisco parlare di altro. E la parola che mi viene è una sola: “semina”. Renata ha fatto questo. Qui o altrove se ne colgono i frutti. Come per Berta Cáceres, l’attivista honduregna uccisa, anche lei in marzo, nel 2016, dopo le sua battaglie in difesa del territorio. Mi piace pensare che Renata sia morta per l’Honduras, Berta per Portoselvaggio. Non sono atti di eroismo. Non servono: esonerano tutti noi dalle responsabilità. E invece abbiamo bisogno di una cosa sola: riempire di vita le nostre vite, essere straordinari nel quotidiano. È questo l’insegnamento che ci lasciano. Tutto il resto appartiene ai miei ricordi privati: come figlia li custodisco gelosamente».

Dicono che quel fiore, l’orchidea delle Cesine, incrocio naturale tra due specie rare, sveli i suoi colori in marzo. Quando non è più inverno, non ancora primavera. Tra la notte e il giorno, nell’istante esatto in cui sbocciano i sogni. Alcuni svaniscono all’alba, altri restano, a volte per sempre. Anche solo in un nome. Sottratto all’oblio del tempo. E all’offesa della morte.


 
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Domenica 14 Gennaio 2018 - Ultimo aggiornamento: 19:41