Nicola e Oronzo, la sfida dei santi tra baresi e leccesi

Nicola e Oronzo, la sfida dei santi tra baresi e leccesi
Può accadere che dietro una grande storia o un grande mito ci sia un grande furto o un rapimento. Roma probabilmente si sarebbe estinta nel giro di un paio di generazioni e non sarebbe mai diventata la potenza che fu se Romolo e i suoi soldati non avessero trattenuto centinaia di sabine cacciando genitori e fratelli che le avevano accompagnate quel giorno di festa organizzato per richiamare in città le popolazioni vicine. I romani avevano bisogno di donne per procreare e così fu. E non avremmo avuto l’Iliade, l’Odissea e nemmeno l’Eneide se Paride, in missione a Sparta, non avesse rapito Elena per portarla con sé a Troia, scatenando l’ira di Menelao e Agamennone e tutto l’inferno che ne seguì.
Erano in 62 i marinai baresi che una notte della primavera del 1087 salparono alla volta dell’Asia Minore. Tre navi cariche di mercanzie, perché erano prima di tutto commercianti, e un piano segreto da portare a termine. E fu così che a Myra, nel bel mezzo del caos provocato dall’arrivo dei musulmani, i sessantadue rubarono i resti di San Nicola. Le ossa, una buona parte dello scheletro, vennero portate a Bari e dal giorno dell’arrivo, era il 9 maggio, il vescovo che aiutava i bambini e le giovani donne in cerca di marito divenne il protettore della città. Che in poco tempo gli regalò la basilica che tutti conosciamo, una delle più belle di Puglia almeno per chi non vive di solo barocco.
Anche Sant’Oronzo, il protettore dei “cugini” leccesi, lega la sua storia a un furto. Non delle spoglie, ma della colonna dall’alto della quale da secoli veglia sulla città con le sue tre dita puntate verso il cielo. Era il 1657 e a Lecce tutti erano convinti che soltanto grazie all’intercessione del santo fossero scampati alla peste che in meno di un anno aveva decimato la popolazione di Napoli e seminato lutti in tutto il Regno. Un miracolo che accese la fiamma della devozione anche nei vicini brindisini, il cui sindaco decise di regalare a Lecce una delle due colonne finali della via Appia perché reggesse una statua del santo. Ma chi governava la città non aveva fatto i conti col popolo che non voleva saperne di privarsi della colonna e così i leccesi, stanchi di aspettare ciò che era stato promesso loro, passarono alle vie di fatto. Di notte, col solito favore delle solite tenebre, entrarono a Brindisi, caricarono sui carri i pezzi della colonna e tornarono a casa più veloci delle littorine delle Sud Est che tre secoli dopo avrebbero fatto più o meno la stessa strada. Un furto, tollerato da chi aveva promesso il dono, ma sempre furto. Tanto che ancora oggi tra i brindisini c’è chi chiede la restituzione della colonna con tanto di scuse.
San Nicola e Sant’Oronzo, ecco l’immaginaria sfida odierna. Che non è soltanto tra Bari e Lecce, eterne avversarie che trovano nel calcio la sublimazione di un campanilismo un po’ cozzaro e vintage. Nicola è il santo che vanta più protettorati al mondo, forse il più conosciuto e forse anche il più amato vista l’associazione che si è fatta con Santa Claus e Babbo Natale. Oronzo è meno “internazionale”, ma nel Sud Italia può contare anche lui su una gran folla di fedeli e soprattutto non “gioca” da solo ma sempre affiancato da Fortunato e Giusto. Ad Ostuni, per esempio, è il protettore e un suo miracolo - narrano gli agiografi - suscitò meraviglia tra gli stessi baresi. Era la primavera del 1711 e una delle fonti più ricche della città rimase improvvisamente a secco. Il 26 agosto, dopo settimane di preghiera, improvvisamente l’acqua tornò a sgorgare e tutti gridarono al miracolo. Anche i baresi, che raggiunsero Ostuni per vedere con i propri occhi.
Il 26 agosto è il giorno del martirio di Sant’Oronzo, ucciso insieme a Fortunato nel luogo - fuori città - in cui venne edificata una chiesa ancora a lui dedicata. San Nicola, invece, si festeggia con una data doppia: il 6 dicembre (solennità liturgica) e il 9 maggio che ricorda il giorno in cui i sessantadue marinai sbarcarono con i suoi resti a Bari.
Sia a Bari che a Lecce si discute da anni, in verità senza tanti risultati concreti, sul futuro della festa. Nel capoluogo salentino l’antica fiera s’è trasformata ormai in una sorta di mercato delle cineserie, dove si passeggia tra un ricambio del Folletto, spugne miracolose e tappeti magici. Per fortuna sono scomparsi i sudamericani che ininterrottamente imponevano l’ascolto ad alto volume degli allegri Inti Illimani e sono scomparsi anche i commercianti che spiaccicavano i piatti sulla bancarella di metallo e urlavano: «Guardate! Non si rompono». Resiste la cupeta, che per le giovani generazioni è un po’ come la Corazzata Potëmkin del grande Fantozzi (ma guai a sostenerlo, è come tradire il sole, il mare e il vento), soprattutto resistono le vagonate di porchetta di Ariccia stravenduta come fosse un prodotto della tradizione locale. Processione e fuochi d’artificio sono sempre gli stessi, mentre è probabile che dalla prossima edizione si cominci a rivedere la fiera.
I derby, è noto, si vincono e si perdono e in questo caso i leccesi perdono. Quello che riservano al loro patrono è piccola cosa rispetto a ciò che si organizza a Bari dove l’attrattiva numero 1 è il corteo storico, ovvero la rievocazione dello sbarco dei marinai al ritorno da Myra con le spoglie di Nicola. Bari ogni anno ne affida la regia ad un artista diverso, un po’ come a Melpignano fanno con la Notte della Taranta. Nel maggio scorso è toccato a Elisa Barucchieri, la prima donna nella storia della manifestazione, coreografa che in America ha studiato antropologia culturale e danza contemporanea. I baresi tengono molto al corteo e sono giudici impietosi. Rimarrà alla storia l’edizione del 2015, affidata a Sergio Rubini. Il regista di “Dobbiamo parlare” e “Mi rifaccio vivo” giocava in casa essendo di Grumo Appula, che è come dire Bari, ma nonostante questo è stato stroncato senza appello. Tutta colpa della scelta di imprimere una svolta minimalista al corteo: niente luci, niente cavalli e troppo disordine. Pare che in tanti non si siano accorti dei figuranti e, a manifestazione ormai conclusa, abbiano chiesto in giro: «Scusate, ma il corteo non passa da qui?».
Non erano figuranti, invece, quelli che nel maggio dello scorso anno diedero vita ad una maxirissa che coinvolse centinaia di persone. Accadde che i vigili e la polizia si presentarono nella zona occupata dai chioschi abusivi e quando intimarono agli ambulanti di chiudere baracca cominciarono a volare panini e salsicce. Qualcuno andò anche oltre e le immagini immortalate con i cellulari fecero il giro d’Italia. È qui che subentra quello che per i baresi è l’ultimo miracolo di San Nicola: quest’anno, memore della serata di guerriglia, il sindaco Antonio Decaro ha convocato tutti gli abusivi, li ha costretti a mettersi in regola e così la festa ha lasciato tutti felici e contenti. Anche le salsicce.
Il prossimo miracolo potrebbe essere l’incontro a Bari tra il Papa e il capo della Chiesa d’Oriente. È il sogno nel cassetto di Decaro, il quale vorrebbe “usare” l’ecumenismo di San Nicola per un evento che rimarrebbe nella storia della città. Un bel colpo per l’immagine e l’economia, visto che già ora Bari è meta continua del turismo religioso proveniente soprattutto da Mosca.
Riusciranno, i leccesi, a dare una svolta alla loro festa? Carlo Salvemini, eletto sindaco pochi mesi fa, lo ha promesso. In realtà lo aveva promesso anche il suo predecessore e prima ancora il predecessore del predecessore, ma ben poco è cambiato. Quest’anno ci sarà anche il nuovo vescovo, Michele Seccia, ma intanto se si continua a perder tempo si rischia di arrivare ad agosto con la statua di Sant’Oronzo ancora ingabbiata per restauri.
Tra le novità potrebbe esserci un coinvolgimento delle marine nella festa. Ne sarebbe felice Oronzo, che proprio a San Cataldo, quando era ancora Publio, rampollo di una ricca famiglia di Rudiae, fece l’incontro che cambiò la sua vita. Durante una battuta di caccia si imbattè in Giusto, diretto a Roma con una lettera di San Paolo per Pietro e naufragato in seguito ad una tempesta. Fu frequentando l’ospite che Publio si convertì alla fede cristiana, andando incontro alla persecuzione. Pare sia stato un bravo oratore, molto apprezzato nel suo girovagare in questa terra di santi.
La leggenda vuole che una decina di secoli più tardi nelle stesse contrade si facesse vedere un altro grande santo, Francesco, probabilmente sceso in pellegrinaggio fino a Monte Sant’Angelo. Difficile che sia andato più a Sud, anche se qualcuno azzarda che sia stato lui a piantare un arancio nel cortile di San Francesco della Scarpa, nel cuore di Lecce. I soliti salentini che vogliono sentirsi al centro del mondo. Per i baresi di San Nicola, invece, vale ciò che anni fa scrisse il sociologo Franco Cassano: se San Francesco fosse passato da Bari, certamente si sarebbe fermato lì per fare il commerciante di tessuti. E Francesco non ha mai fatto il commerciante. È un derby senza storia, non resta che sperare nel girone di ritorno.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Lunedì 2 Ottobre 2017 - Ultimo aggiornamento: 21:00