Mariana Manduca, uccisa dal marito dopo 12 denunce. Il pg ai figli orfani: «Restituire il risarcimento»

Martedì 11 Febbraio 2020

Attendono una «risposta di giustizia forte» i tre orfani di Marianna Manduca uccisa del giugno del 2007 a Palagonia, in provincia di Catania, da Saverio Nolfo, compagno e padre dei suoi figli. I ragazzi, poi adottati dal cugino della madre Carmelo Calì e dalla moglie, sono arrivati da Senigallia a Roma per l'udienza in Cassazione sul risarcimento corrisposto in seguito all'omicidio della mamma. I tre orfani, in un iter processuale complesso, hanno visto riconoscersi in primo grado un risarcimento di 250 mila euro dopo che era stata ravvisata la responsabilità civile dei magistrati: la donna aveva infatti presentato 12 denunce contro l'uomo che l'ha poi uccisa a coltellate.

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Ma la Corte d'appello di Messina lo scorso marzo ha annullato quel risarcimento dando ragione alla Presidenza del Consiglio che aveva fatto ricorso sostenendo che i magistrati di Caltagirone fecero il possibile considerata l'assenza all'epoca di una legge sullo stalking. Una decisione che la difesa della famiglia di Marianna ha impugnato in Cassazione e oggi nell'udienza davanti alla terza sezione civile il pg ha chiesto il rigetto del ricorso. «Ora attendiamo la decisione dei giudici della Cassazione. Oggi in aula abbiamo raccontato la storia di Marianna, che non è stato solo l'assassinio di una donna ma la storia di una richiesta d'aiuto rimasta inascoltata - ha detto all'Adnkronos l'avvocato Licia D'Amico legale difensore dei figli di Marianna al termine dell'udienza - Agli atti restano le sue denunce, dodici, tutte circostanziate e le ultime scritte tutte in maiuscolo: era il suo grido d'aiuto». 

In udienza erano presenti il cugino di Marianna e la moglie, la nuova famiglia dei figli di Marianna. «Questa donna - sottolinea l'avvocato - ha fatto le veci dello Stato, delle istituzioni e della magistratura perchè ha insegnato a questi ragazzi a credere ancora nella giustizia». La storia di Marianna, spiega ancora il legale, a cui è stata dedicata un'associazione 'Insieme a Mariannà «è stata costellata da decine di reati 'sentinellà. All'epoca non c'era la legge sullo stalking ma il codice penale sì. E se c'è una sentenza come quella della Corte d'Appello che ha negato il risarcimento ai tre figli di Marianna e che dice che questo femminicidio non poteva essere evitato allora va spiegato che senso ha dire alle donne di denunciare».

Nel suo intervento davanti ai supremi giudici l'avvocato D'Amico ha citato una sentenza delle Sezioni Unite relativo a un provvedimento delle sezioni disciplinari del Csm dove si richiamava la necessità di «riempire il dovere di diligenza, tramite il quale il magistrato è tenuto ad adempiere all'attività funzionale, di un contenuto non solo formalistico o burocratico» ma «coerente con l'esigenza di tutela effettiva dei beni/interessi».
Un femminicidio che «ha lasciato tre orfani che in caso di un verdetto negativo potrebbero dover restituire quel risarcimento che gli ha permesso di mettere su un bed and breakfast. Chi ne aveva facoltà - sottolinea l'avvocato D'Amico - poteva rendersi conto che la vicenda di questi ragazzi non è una storia come le altre e poteva aiutare questa famiglia con cinque adolescenti. Ma si è scelta la via dei ricorsi. E l'unico aiuto in questi anni è arrivato dalla stampa che ci ha sostenuto dando voce a questa storia. Una vicenda in ogni caso non potrà chiudersi qui e siamo pronti, se l'esito non sarà favorevole, ad arrivare fino alle corti europee».

Ultimo aggiornamento: 12 Febbraio, 13:40 © RIPRODUZIONE RISERVATA