«I pazienti mi chiedono di morire in casa». Il racconto della soccorritrice di Brindisi in servizio a Milano

Martedì 24 Marzo 2020 di Maria Chiara CRISCUOLO
Vanda Elisa Gatti
 Tra gli angeli del soccorso in una Milano piegata ma non vinta dal coronavirus c’è anche una brindisina. Vanda Elisa Gatti, da anni, è soccorritrice con il ruolo di capo servizio per l’associazione Croce Bianca Milano centro. Ogni turno, racconta, è diventato un bollettino di guerra. Le richieste di soccorso si susseguono e lei, come tanti altri volontari più giovani, non si tira indietro davanti a turni di lavoro massacranti. Ci vuole tanto coraggio per affrontare da vicino ogni giorno un nemico insidioso e minaccioso come il Covid 19. “La situazione è drammatica, - dice al telefono - anche peggio di ciò che viene trasmesso in tv. Negli ospedali non ci sono più posti letto e le astanterie sono piene di gente che resta per ore in barella”. Eppure Vanda non ha pensato per un attimo di mollare, di salire sul primo treno e tornare nella sua città. Consapevole dei rischi, ma anche dell’assoluta necessità. A 35 anni ha già fatto numerose esperienze in Africa in alcune missioni umanitarie e ha toccato con mano povertà e ingiustizie. “Ma questa volta è diverso – aggiunge – il Covid 19 è il virus della solitudine, del distacco. Quando dalla sala operativa arriva un possibile sospetto Covid ci prepariamo ad andare al fronte. Siamo sempre stati in quattro in ambulanza, ora invece siamo in tre perché non ci sono i dispositivi di protezione per tutti. Così, una volta sul posto, mentre l’autista e l’ausiliario restano in strada, io indosso la tuta protettiva e corro dal paziente”. Mentre sale le scale della palazzina Vanda sa che deve essere lucida, non può permettersi che l’emotività interferisca con il lavoro. Dopo aver suonato il campanello deve mantenere la distanza di sicurezza e fare in modo di toccare il meno possibile mentre cerca di valutare lo stato di salute del paziente. “Ci sono persone anziane che compresa la gravità della situazione – racconta la soccorritrice – ci implorano di lasciarle morire nella propria casa invece che sole in un letto di ospedale. L’altra sera, mi è capitato di soccorrere una donna vittima di violenza. Il divieto di uscire di casa la costringe a stare giorno e notte con il suo aggressore. Aveva qualche linea di febbre, era spaventata e mi ha chiesto di chiamare i familiari per fargli sapere che, nonostante tutto, stava bene”. Nei casi meno gravi il paziente può curarsi a casa restando accanto ai familiari in quarantena, ma quando il quadro clinico è compromesso non resta che trasportarlo nel più breve tempo possibile in ospedale nella speranza che ci sia un posto libero in terapia intensiva. Su un letto intubati, i malati di Covid–19 in fin di vita possono comunicare solo con gli occhi la loro paura della morte, all’infermiere o all’anestesista di turno. Nessun altro è ammesso nella stanza. Non è consentito il telefonino, l’unico mezzo per comunicare con l’esterno. “Ora la mia preoccupazione è che il virus possa raggiungere in breve tempo l’Africa – conclude Vanda – Il continente africano non è pronto a gestire i numeri europei e cinesi, nel caso in cui si verificassero. Ecco perché con un gruppo di ragazzi africani, che vivono da anni qui a Milano, mi sono attivata per cercare di trasmettere consigli utili per arginare il contagio. Stanno preparando una canzone che contenga tutte le principali raccomandazione che noi conosciamo ormai a memoria. Lì non c’è la sanità pubblica, gli ospedali sono già sovraffollati o comunque in affanno”. © RIPRODUZIONE RISERVATA Ultimo aggiornamento: 25 Marzo, 15:16 © RIPRODUZIONE RISERVATA