Primiceri: la fiducia e il credito. Una terra, una banca e la scommessa sul futuro

Giorgio e Vito Primiceri, padre e figlio
Il presidente l’aspetta al piano di sopra. Bene. Mattinata calda, luogo austero. Arrivare qui non è semplice. Non tanto per i varchi all’ingresso, quanto per la proverbiale riservatezza del personaggio: basso profilo, carattere schivo. I modi garbati e l’accenno di sorriso fanno intuire una vena di timidezza. Si presenta in camicia, la cravatta annodata per bene. Accoglie l’ospite nel salottino d’attesa, poltrone, piante e libri d’arte sul tavolino. La sede della direzione generale, imponente, non è nuovissima, ma il tempo che passa dà senso alle cose. E qui tutto sembra parlare, insieme, di passato e futuro. Come questa storia. La fiducia, del resto, si costruisce giorno dopo giorno ed è dote fondamentale. Il presidente fa strada verso il suo ufficio, amplissimo, affacciato sul parco di fronte, ai piedi del centro storico di Matino. Su uno dei divani, la giacca. Non è piegata, no, e non è neppure poggiata o appesa. È distesa, se è chiara la differenza. Un gesto fatto per bene, insomma. Anche questo, a suo modo, un tratto distintivo.

Vito Primiceri è il presidente della Banca Popolare Pugliese. Lo è dal 2014. Prima ne è stato a lungo il direttore generale. Il passaggio di mano a 70 anni appena compiuti. “Ho avuto il raro privilegio di giungere del tutto liberamente a questa decisione - disse alla convention aziendale riunita in un resort di Carovigno, quell’anno, subito dopo l’inizio di primavera -. Mi sono detto, prima che altri solo lo pensassero, che siamo tutti necessari ma nessuno indispensabile”. E poi citando Charles De Gaulle, per rafforzare il concetto con locuzioni illustri, aggiunse: “I cimiteri sono pieni di persone indispensabili”. Da allora il direttore generale è Mauro Buscicchio, fin lì suo vice.

Oggi Primiceri ha 75 anni. Laurea in Economia a Bari, è entrato in servizio nel 1966 quando l’istituto era ancora la Banca Agricola di Matino. Aveva 23 anni. Nel 1984 la nomina a direttore generale, dopo un ulteriore step nel percorso evolutivo tra fusioni, ampliamenti e nuove denominazioni: allora era Banca Popolare Sud Puglia. Quasi trent’anni al timone dell’istituto, poi il cambio di passo: “Ogni cosa nella vita ha un inizio e una fine”. Una moglie, Silvana, cui dice di dover tutto, inclusa la possibilità di esser fuori casa almeno dodici ore al giorno per lavoro, e tre figli che seguono a ruota, o quasi: il grande, Giorgio (nome pesante, ci arriviamo), professore di Economia negli States, e gli altri due, Emanuele ed Anna, al lavoro in banche differenti. Quel giorno, alla convention, eccezionalmente presenti tutti e quattro, in platea ad ascoltarlo. Era il bilancio di una vita, in fondo. “Sono cresciuto nella e con la banca, considerandola alla stregua della mia famiglia e ho messo il lavoro in cima alle priorità della mia esistenza, vivendolo con rispetto e amore, come missione e servizio”. Però non è di sé che intende parlare, ora, ma di suo padre. Giorgio Primiceri. Lui preferisce restare sullo sfondo.

Proviamoci. Eccolo, il padre: è tanto nella storia della banca che il consiglio di amministrazione ha fuso i due nomi, dell’uomo e dell’istituto, nella Fondazione “Banca Popolare Pugliese – Giorgio Primiceri” Onlus, operativa nelle iniziative a sfondo sociale e nei progetti di promozione culturale e di ricerca scientifica. Era nato a Matino nel 1902, stesso anno dell’Università Bocconi, e proprio lì, a Milano, si era laureato in Economia nel 1925. Per il centenario della nascita, il professor Carlo Secchi, allora rettore della Bocconi, parteciperà al convegno organizzato a Lecce in memoria del banchiere, scomparso nel luglio 1986: “Ho acquisito i verbali degli esami di laurea che riassumono tutta la sua carriera scolastica, da cui emergono degli aspetti di grandissimo interesse - dirà ai partecipanti -. C’era in lui il desiderio di coniugare l’affetto per il proprio territorio con la voglia di respirare un contesto globale: certo, non si può dire che Milano fosse globale a quei tempi, ma sarebbe come partire oggi da Matino per andare a studiare a New York”. Tesi di laurea su “Origine e sviluppo delle società di mutuo soccorso in Italia”, più due tesine, sempre nella doppia ottica: una sui 25 milioni di lire del Comune di Milano in favore dell’Ente autonomo case popolari e l’altra sullo sviluppo della coltura del tabacco orientale in provincia di Lecce. “C’è anche un profetico 30 e lode in Matematica finanziaria, che pure dà l’idea di dove il giovane ragionier Giorgio Primiceri stesse per orientare i propri interessi e le proprie scelte professionali”.

Ecco: cosa avrebbe fatto il giovane ragioniere? Subito dopo la laurea, Giorgio Primiceri inizia a lavorare come direttore generale del Consorzio agrario cooperativo di Matino, sorto a cavallo tra l’800 e il ‘900. Sono gli anni post bellici che si fondono con quelli della Grande Crisi importata nel ’29 in Europa dagli Stati Uniti dopo il crollo di Wall Street. Lui rivoluziona l’azienda e dà fiducia agli associati, per lo più coltivatori della zona, con operazioni di credito agrario. Più tardi, negli anni del regime fascista, difende l’autonomia consortile evitando la trappola di un decreto legge del 1938 che obbliga gli enti di quel tipo a confluire nella Federazione dei Consorzi agrari provinciali. Quello di Matino cede le attività agrarie, modifica lo statuto e dà vita a una società anonima cooperativa di credito popolare, la Banca Agricola di Matino. Quella, appunto.

Il secondo conflitto mondiale lascerà sul campo morti, macerie e miseria. L’istituto, guidato sempre dal giovane laureato della Bocconi, supererà anche questa fase, sopravvivendo alle soglie dei cinquant’anni di vita a notevoli scossoni: due guerre globali, una crisi planetaria, il passaggio epocale dalla Monarchia alla Repubblica e gli sconvolgimenti sociali e culturali. Per la piccola banca locale, si tratta di mettere a frutto i risparmi, incoraggiare gli investimenti e gestire il flusso ingente di rimesse dei compaesani al lavoro in Svizzera, Francia e Germania. Eravamo noi i migranti, un tempo. Poi, dalla fine degli anni Sessanta, le operazioni di fusione: prima con la Banca Popolare di San Lazzaro, da cui nasce la Banca Agricola Popolare di Matino e Lecce; quindi con la Banca Depositi e Prestiti di San Pietro Vernotico, per la Banca Popolare Sud Puglia; infine con la Banca Popolare di Lecce, ed ecco la Banca Popolare Pugliese. Oggi ha 106 sportelli, quasi 33mila soci, 230mila clienti e un organico di 870 collaboratori. Giorgio Primiceri lascerà la direzione generale dopo 47 anni, per divenire dal 1° gennaio 1973 presidente. Lo sarà fino al 1984. Morrà due anni dopo. A sostituirlo, prima come direttore generale e poi come presidente, arriverà dalla Banca Commerciale Italiana Raffaele Caroli Casavola, alla Bpp fino al 2008. I miei due maestri, dice Vito Primiceri. Lui che si è mosso sui loro stessi passi.

Spiega che non è facile parlare di suo padre. Che tutta la sua esperienza lavorativa è stata segnata da questo continuo confronto, inevitabile, ingombrante, pesante. Che la figura del genitore è stata sempre presente, come memoria e come insegnamento, per la sua intelligenza vivida, lo sguardo penetrante, la grande lungimiranza, la profonda umanità, la pazienza dell’ascolto e il garbo nel rifiuto, insieme con l’incoraggiamento agli imprenditori o a chi si accingeva a diventarlo. E che si considera un privilegiato, certo, per l’enorme apertura di credito avuta. Ma mi sono sempre sforzato di dimostrare a tutti, e a lui per primo, che era un credito ben riposto, aggiunge; ho ereditato per intero il grande patrimonio di stima e di affetto che mio padre seppe conquistarsi, ho portato con amore e gratitudine il fardello del confronto e ho trovato la pace con me stesso solo quando sono arrivato alla conclusione che certe esperienze sono irripetibili. Quanto all’altro maestro, successore del genitore alla guida della banca, lo considerava il suo quinto figlio. In lui ho rivisto la prosecuzione di mio padre, aggiunge: come guida e come uomo. Nella sua fiducia verso il prossimo in quanto persona ho riconosciuto il tratto distintivo di papà. “Giorgio Primiceri – disse Raffaele Caroli Casavola alla cerimonia di scoprimento del busto in bronzo – praticò la terapia dell’ascolto, nel senso che amò sentire e trarre dal prossimo, anche da coloro che la collettività riteneva emarginati, ogni utile intuizione, convinto com’era che ciascun uomo è portatore di buoni valori. Diede sempre voce a chi non ne aveva. Dietro di lui sono rimaste le opere e una innumerevole schiera di discepoli. Ciò lo rende vero maestro”.

L’ultimo dei discepoli è qui, seduto nel loro stesso ufficio. Vito Primiceri voleva restare ai margini e c’è riuscito. Il capo, spiega, è chiunque si metta la banca sulle spalle, facendosi carico di tutto solo per senso di responsabilità, dallo sviluppo del business fino al controllo della pulizia dell’aiuola all’ingresso. Se l’esempio è un valore, da parte mia spero di averlo dato. Mio padre non mi ha mai detto come vivere; ha semplicemente vissuto, lasciando che l’osservassi. Si alza, accompagna all’uscita. È un uomo d’altri tempi e si vede. Per i modi, per il garbo. Per gli esempi. Una volta, dice, bastava guardarsi negli occhi e stringersi la mano. E così saluta, guardando negli occhi e stringendo la mano. La fiducia è nobile arte. Comincia dall’ascolto. Dal senso, e dalla misura, delle parole. Dai gesti fatti per bene. Così rari, così importanti.


 
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Lunedì 24 Giugno 2019 - Ultimo aggiornamento: 17:14