Comunione negata a un ragazzo gay durante l'eucarestia in una chiesa di Mestre

Un papà denuncia: "Negata la Comunione a mio figlio perché gay" (Foto di lininha_bs da Pixabay)
Un papà denuncia: "Negata la Comunione a mio figlio perché gay" (Foto di lininha_bs da Pixabay)
di Luca Bagnoli
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Domenica 22 Novembre 2020, 04:25 - Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 07:21

MESTRE - «Quando Francesco ha rivelato di essere omosessuale, il sacerdote non gli ha concesso l’assoluzione, e la domenica successiva gli ha negato la comunione, di fronte a tutta la comunità». Papà Roberto, di Mestre, che preferisce restare anonimo per eludere intimidazioni già subite, ha la voce tremante quando ripercorre la storia della sua famiglia, una storia che parla d’identità rifiutate, di caratteristiche innate che spesso la società, a tutti i livelli, fatica a riconoscere e accettare. «Rammento quel giorno - esordisce - quando mio figlio Francesco in un pianto a dirotto ci confidò la sua vera natura.

La nostra era una famiglia cattolica molto impegnata in parrocchia, e quelle parole furono un dramma per noi abituati alla dottrina della fede che considera gli omosessuali come persone sbagliate e da curare. Francesco non ne volle più sapere di preti, e noi ci trovammo ad un bivio: seguire la Chiesa e abbandonare nostro figlio, oppure lasciare la Chiesa e stare vicini a Francesco. Non avemmo dubbi: ci allontanammo da una Chiesa incapace di accogliere un sedicenne disperato». La famiglia di Roberto si isola per diversi anni, prima dell’incontro che cambia tutto. «Abbiamo conosciuto persone che soffrivano per le stesse esperienze - ricorda - e poi un convegno di cattolici sotto la guida spirituale di tre sacerdoti di frontiera, con ragazze e ragazzi da tutta Italia, respinti dalla Chiesa, dalla società, giovani picchiati, violentati, cacciati da casa, talvolta dicendo “ti mandiamo dallo psichiatra”».

A quel punto, dopo 20 anni, Roberto e la moglie si mettono in gioco, e costituiscono un gruppo di genitori cattolici per affiancare la battaglia per il riconoscimento e l’accettazione dei propri figli Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transgender). «Ci siamo chiamati “Tutti figli di Dio” - spiega Roberto - e usiamo il termine omoaffettivi perché questi ragazzi nascono così, con un’affettività diversa e se il Signore li ha creati in questo modo perché dobbiamo discriminarli?» Il gruppo, una realtà solidale di auto-mutuo aiuto che accoglie, ascolta, condivide e conforta affinché nessuno si senta solo e abbandonato, comincia a ricevere delle mail: «Sono una ragazza, avrei bisogno di parlare», recita un messaggio. «Ci incontriamo e ci parla per un’ora - racconta Roberto - e solo alla fine, con titubanza, ci confida di essere omosessuale. Le ragazze sono ancora più in difficoltà dei ragazzi. Ne abbiamo ospitate tre poco tempo fa, quarantenni, e una di loro per mangiare era costretta a rivolgersi alla Caritas, perché cacciata di casa. Alla fine ci hanno chiesto se potevano chiamarci mamma e papà: “siete voi i nostri genitori”, dicevano. Stiamo conoscendo tante persone disperate - prosegue - che assumono psicofarmaci, con tendenze suicide; una di loro, respinta dalla famiglia, recentemente si è tolta la vita. Noi cerchiamo d’infondere fiducia, speranza, li mettiamo in contatto con “Più grande è l’amore”, il gruppo parallelo creato dai nostri figli e adesso non ci sentiamo più soli, ma liberi, cominciando ogni incontro con una preghiera».

Ma le mamme e i papà non si sono fermati qui e hanno chiesto, e ottenuto, di essere ricevuti dal Papa («la Chiesa vuole bene a questi figli di Dio»), dal Patriarca di Venezia e dal Vescovo di Treviso. «Ci hanno concesso importanti aperture - rivela Roberto - anche se non sarà facile passare dalle parole ai fatti: io ho messo in discussione 50 anni di vita, la Chiesa ne dovrà rielaborare 2 mila di dottrina, ma è uno sforzo che deve fare, in fretta, se vuole continuare ad essere maestra di una società in cambiamento, perché ogni giorno che passa è un giorno in più di sofferenza. Noi comunque non ci fermeremo, stimolando le gerarchie ecclesiastiche e sensibilizzando dal basso quella maggioranza di sacerdoti che non ha il coraggio di esporsi e che si giustifica dicendo “i parrocchiani non sono pronti per affrontare questi temi”. C’è una fede immensa nel mondo omoaffettivo - conclude - questi ragazzi non sono sbagliati, anzi, mostrano intelligenza e sensibilità straordinarie e se sono venuti al mondo così, significa che Dio così li ha voluti».

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