Fontana in Aula: «Non sapevo». Ma il suo manager lo smentisce

Fontana in Aula: «Non sapevo». Ma il suo manager lo smentisce
Fontana in Aula: «Non sapevo». Ma il suo manager lo smentisce
di Valentina Errante
5 Minuti di Lettura
Martedì 28 Luglio 2020, 00:20 - Ultimo aggiornamento: 21:47

Attilio Fontana lo ripete da più di un mese come un mantra: «Non sapevo nulla di quella fornitura». Smentito in più occasioni, anche da circostanze macroscopiche, (aveva poi sostenuto di non essere mai intervenuto nella procedura) il governatore è tornato a ribadirlo, ieri, nell’aula del consiglio regionale: ho saputo solo 12 maggio che sarebbe l’azienda di mio cognato (della quale sua moglie detiene il 10 per cento) a fornire i camici. Ma agli atti dell’inchiesta dei pm milanesi c’è un’altra verità. Secondo il suo stesso staff era stato avvertito in una data precedente. Fontana chiede di voltare pagina, ma è emerso con chiarezza che proprio il governatore abbia ideato il “pasticcio” della donazione, che ha interrotto la consegna di materiale indispensabile durante l’emergenza.

Cercando di risolvere una questione che ogni giorno diventa più imbarazzante. In una catena di bugie, per rimediare a quell’errore iniziale e al rischio di uno scandalo mediatico, Fontana ha provato anche a risarcire il cognato, con 250mila euro, dopo averlo convinto a trasformare unilateralmente in donazione, spacciata per un “bon geste”, la prima tranche di camici consegnati. Con la rinuncia all’incasso pattuito. Così è emerso anche che il presidente aveva una fortuna all’estero, 5,3 milioni di euro “scudati” nel 2015. Soldi gestiti alle Bahamas e poi trasferiti in Svizzera dei quali nessuno sapeva alcunché.

È da quel bonifico che partono le verifiche della Finanza e l’inchiesta della procura. Per questo Fontana lo blocca l’11 giugno. Intanto i camici, che Andrea Dini, cognato di Fontana, avrebbe dovuto consegnare non sono arrivati tutti, ma l’amministrazione non ha ritenuto di rivalersi sull’azienda per il mancato rispetto del contratto. In mezzo il governatore ha rilasciato altre dichiarazioni, anche queste smentite: «Non sono mai intervenuto su quella procedura». A margine le bugie di Dini.

LEGGI ANCHE --> Fontana, inchiesta camici: la sua verità in consiglio, ma resta sulla graticola
Salvini, dal Papeete a Open Arms, l’anno orribile di Matteo

A dichiarare a verbale di avere informato il presidente Fontana della fornitura è stato l’assessore, Raffaele Cattaneo, a capo della task force per il reperimento di materiale sanitario durante l’emergenza, sentito in procura come teste. Mentre è stato Filippo Bongiovanni, ex direttore generale di Aria (centrale di acquisti della pubblica amministrazione) indagato per turbata libertà degli incanti, a dichiarare di aver comunicato il 10 maggio a Giulia Martinelli, capo della segreteria del presidente, della fornitura affidata alla Dama per 513mila euro. 

Il 14 maggio “Report, intervista Fontana sulle fornitura. Cinque giorni dopo il governatore tenta di evitare lo scandalo e decide che quell’appalto, senza gara, deve essere cancellato. Convince il cognato, che intanto ha consegnato 49mila camici e 7mila set sanitari a trasformare quella trattativa privata in donazione, rinunciando ai soldi. Decide di fare il bonifico alla Dama, con una causale che lascia pochi margini ai dubbi: «Acconto fornitura camici a favore di Aria spa». Con la specifica: «Si tratta di fornitura di presidi medici prodotti da Dama spa a favore di Aria Regione Lombardia». Il giorno dopo, il 20 maggio, Dini manda un fax ad Aria e tra il 22 e il 28, le note di credito vengono stornate per 359mila 472 euro. Manca il resto della fornitura. Il contratto è ancora valido. Ma i 25mila camici ulteriori previsti dal contratto non vengono consegnati. L’amministrazione non prende provvedimenti Dini, invece, prova a venderli a una Rsa di Varese. Il 7 giugno alla vigilia della messa in onda della trasmissione, commenta: «Non sapevo nulla della procedura di Aria e non sono mai intervenuto in nessun modo».

Nella prima narrazione di questa storia, neppure Andrea Dini sapeva che la sua azienda avesse ottenuto una fornitura di 513mila euro alla Regione Lombardia con trattativa dirette. «Durante il Covid ero fuori - ha sostenuto - quando sono tornato in azienda ho trasformato il contratto in una donazione». Falso. Nell’offerta inviata prima di Pasqua, si fa esplicito riferimento alle indicazioni ricevute da Cattaneo e il documento ha in calce la sua firma.
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA