Il sole inonda di luce le strade, le case, la piazza. La facciata della chiesa madre guarda a ovest. Giornata di grandi pulizie, cominciano i riti di Pasqua. Ai piedi della Torre dell’Orologio, in basso a sinistra, un cartello scritto a mano richiama allo spirito del tempo: “Quaresima: non serve digiunare, ma condividere il pane con i disperati”. Dall’altra parte, proprio di fronte alla cattedrale, l’insegna di un locale dà forma diversa alle parole, “Gusto diVino”, sempre spirito, ma in altro senso. Don Tonino ci avrebbe riso su: era cresciuto proprio qui, a venti metri dalla chiesa, sul prolungamento ideale della linea mediana che congiunge abside, altare e portone. Questo luogo, nel cuore di Alessano, alla biforcazione della famigerata 275, ora porta il suo nome: piazza don Tonino Bello. Un anno fa la Pasqua era passata da un pezzo e qui era tempo di un’altra vigilia: il 20 aprile sarebbe arrivato papa Francesco per i 25 anni dalla morte del vescovo profeta di pace. Sabato prossimo saranno 26. L’anniversario si carica di ulteriore significato.
 
 

Don Gigi Ciardo, da una vita parroco in cattedrale, apre le porte della sagrestia. Qui tutto parla di don Tonino. Su una parete, in alto, chiuso in una teca di vetro, l’abito filettato del prelato, l’unico posseduto con bordi color rubino, perché la sua era la “chiesa del grembiule” e non della talare, quella del “potere dei segni” e non del segno del potere. Accanto all’abito, la mitra vescovile, la terza: la prima è stata sepolta con lui e la seconda è stata donata a Molfetta, la città dove don Tonino è stato vescovo per undici anni, dal giorno della nomina fino alla morte, il 20 aprile 1993, appunto. Se l’è portato via un tumore, aveva solo 58 anni. Don Gigi gli era stato accanto sempre, a maggior ragione nell’ultimo periodo. La malattia non gli dava tregua: nonostante questo, con cinquecento volontari e il vessillo di Pax Christi, poche settimane prima, l’11 dicembre 1992, il vescovo era entrato a Sarajevo, lui alla testa della grande marcia della pace, sfidando lo scetticismo della politica, tra le bombe e il mirino dei cecchini. Il rientro in patria, le terapie, l’aggravamento delle condizioni. Alla fine don Gigi aveva trovato il coraggio di chiederglielo: «Tu sai che la malattia è giunta a un punto molto grave. Stiamo chiedendo un miracolo. Hai qualche desiderio da esprimere?». La risposta era stata chiara, nonostante la voce flebile: «Vorrei morire a Molfetta ed essere sepolto ad Alessano. Un vescovo è un padre che deve stare con i suoi figli». Così è avvenuto.

Si erano conosciuti molti anni prima, nella parrocchia di Alessano, il loro paese. Ciardo aveva sì e no sette anni, lui piccolo chierichetto e don Tonino alle soglie dell’ordinazione sacerdotale. Tra loro, tredici anni di differenza. Decisivi nella formazione spirituale del più piccolo dei due: la vocazione lo porterà in seminario, a Ugento, dove don Tonino sarà a lungo vicerettore e docente di italiano, latino, greco e matematica. «Un insegnante esigente - ricorda don Gigi -, però da lui imparavi molto anche solo dalle espressioni del volto e dai movimenti delle mani. Trasmetteva passione. E con noi ragazzi aveva un rapporto esclusivo. Chiamava tutti per nome, cosa impensabile in quegli anni: un modo per rendere unico e particolare il legame con ciascuno. Ed eravamo sessanta. Grandissimo comunicatore già allora: aveva fatto suo il metodo di san Giovanni Bosco, rendere semplici le cose difficili, e affrontava la vita con la stessa spiritualità e profonda umiltà di San Francesco. Ci portava in terrazzo ad ammirare il firmamento e nei campi a osservare la natura, a partire dalla bellezza degli ulivi. E ci svegliava di notte per attendere assieme l’alba. La sua missione di costruttore di pace nasce da lì: l’amore di Dio è nella riconciliazione dei fratelli tra loro e di ognuno con il Creato. Tutto questo, unito alla sua grande semplicità, rendeva speciale qualsiasi contatto con lui. Proverbiale, poi, la sua generosità. Il fratello gli comprava delle scarpe? Lui le donava al primo bisognoso. Qui in chiesa gli consegnavamo le offerte della messa? Lui le distribuiva lungo i venti metri che doveva percorrere per rientrare in casa, qui di fronte. Noi provavamo a metterlo in guardia: “Così approfittano del tuo aiuto...”. Meglio che nove ne abusino piuttosto che uno ne rimanga privo, rispondeva».

Don Gigi è un fiume: parla, racconta, tira fuori documenti, apre ante e le richiude dopo aver trovato quel che gli occorre per parlarti compiutamente di don Tonino. Ti mostra l’organo da lui suonato in cattedrale; ti accompagna nella sua casa, lì di fronte, ora sede della Fondazione che porta il nome del vescovo, per mostrarti la sua fisarmonica, il suo letto, il materasso su cui è spirato, portato qui da Molfetta, il divano su cui parlavano e insieme pregavano, gli appunti vergati a mano dei suoi scritti. Ha 71 anni, dal 1976 è parroco della chiesa madre, intitolata a San Salvatore. È uno scrigno inesauribile di ricordi, aneddoti, fatti. «Da discepolo sono diventato suo fratello. Tutto ciò che sono lo devo a lui», dice. Così potrebbe parlare per ore, don Gigi. Intanto occupa quindici pagine di appunti e consuma l’inchiostro di una penna. Don Tonino che rifiuta per due volte la nomina a vescovo, per esempio: «Temeva di perdere il contatto con le persone. Era parroco a Tricase. Dopo la morte di sua madre, monsignor Mincuzzi gli scrisse che ormai era giunto il momento di andare lì dove lo voleva il Signore, vescovo a Molfetta. Accettò». Don Tonino che rinuncia a titoli e simboli canonici: «Dal primo giorno, per tutti, sempre e solo il nome da sacerdote. E poi pastorale e croce pettorale in legno di ulivo: fu un nostro dono. Avete colto nel segno, ci disse ringraziando. Quando salì al Quirinale per il giuramento nelle mani del presidente della Repubblica, perché così era prescritto prima della revisione del Concordato nel 1984, Sandro Pertini rimase colpito da quella croce così umile. Noi eravamo fuori ad attenderlo. Non notate nulla?, domandò all’uscita. Non aveva più la croce: l’aveva donata al capo dello Stato. È legno del mio Salento, gli aveva spiegato». Don Tonino che rinuncia ai privilegi: «Né segretari né assistenti: guardando la gente in faccia capisci cosa si aspetta da te, spiegava. Così li accoglieva tutti. E per auto solo una 500, blu chiaro. Un giorno gliela rubarono a Molfetta. Quando i ladri seppero che era sua, si presentarono da lui dispiaciuti. Non la volle più indietro, prese da Alessano la Fiat Ritmo regalatagli dalla madre».

La gente, la sua gente, i tanti fedeli a lui devoti, tutti lo vorrebbero già santo. La Congregazione per le Cause di beatificazione ha avviato il processo di verifica il 27 novembre 2007. La visita del Papa ad Alessano un anno fa - accolto sul piazzale accanto al cimitero da monsignor Vito Angiuli, vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca - è stata un segno inequivocabile del percorso in atto. «Le prove sono all’attenzione delle autorità preposte, anche i miracoli, veri o presunti, comunque da provare. Ma la sua santità è nel rapporto con gli ultimi, i poveri, i bisognosi - spiega don Gigi -. Ha incarnato il Vangelo fino all’ultima parola, accogliendo profughi e migranti, aprendo il vescovado agli sfrattati, donando tutto se stesso. La convivialità delle differenze: non si può essere cristiani, ammoniva, se non si riconosce l’uomo, sempre e comunque». E lui uomo lo era fino in fondo (“ho rinunciato ad una famiglia mia per una più grande”, ripeteva), anche quando si trattava di ridere e scherzare. «Un atleta formidabile, soprattutto un calciatore infaticabile: il 13 giugno, festa di Sant’Antonio, non c’era verso di terminare la partita di pallone nell’oratorio se lui non siglava tredici gol. E ha insegnato a tutti noi a nuotare: caricava cinque ragazzi nella sua 500, io otto nella mia Ritmo, e insieme andavamo al mare. Anche questo era don Tonino. Anzi: tutto questo “è” don Tonino. Oggi il suo messaggio è più potente che mai».

Se ne è andato alle 15,37 del 20 aprile 1993. Un martedì. Era da poco rientrato a Molfetta, come chiesto; aveva incontrato i fedeli e concelebrato messa fino all’ultimo, anche a letto. “Fatemi arrivare vivo all’incontro col Signore”, aveva supplicato. Non voleva sedativi. Con un filo di voce lo ribadì anche quella mattina. “Non aiutatemi più”. Le ultime forze gli servirono per gettare via i tubicini dell’ossigeno. Mezz’ora di sofferenza, poi il sonno profondo. Se avete voglia di pace, andate a trovarlo sulla sua tomba, lì nel cimitero. Sedetevi sui gradoni in pietra. Osservate quella lastra di marmo adagiata sulla terra, all’ombra di un ulivo. Forse sentirete il cinguettio degli uccelli. Probabilmente un cagnolino vi scodinzolerà intorno in attesa di coccole. Se siete fortunati, il sole vi riscalderà. Da quando don Tonino è lì, quello è un luogo di festa. La speranza è dove meno te lo aspetti. Cresce sempre nel punto esatto in cui muore un chicco di grano.

 
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Domenica 14 Aprile 2019 - Ultimo aggiornamento: 20:57