Covid, la Ue: «Vaccino già a novembre» Ma solo per le categorie a rischio

Venerdì 4 Settembre 2020 di Mauro Evangelisti

Nella migliore delle ipotesi a novembre le prime dosi del vaccino saranno disponibili anche in Italia. Potranno essere somministrate a categorie ristrette di persone, come il personale sanitario o i soggetti a rischio; nel giro dei due-tre mesi successivi, però, il vaccino avrà una diffusione di massa. Possibile? Come mai, rispetto alle previsioni di inizio pandemia, ora anche autorità solitamente prudenti si sbilanciano? Premessa: fino a quando la sperimentazione non sarà completata, non ci sono certezze. Partiamo da alcune notizie trapelate ieri dall’Unione europea.
 

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«Il vaccino contro Covid-19 sviluppato da AstraZeneca dovrebbe arrivare sul mercato a novembre - ha dichiarato all’AdnKronos - un alto funzionario della Commissione Europea, che ha siglato di recente un contratto con la casa farmaceutica». La Commissione europea ha siglato un contratto per 300 milioni di dosi (più altre 100 milioni opzionate). E ci sono trattative in corso anche per altri vaccini, la cui sperimentazione è in fase avanzata (Sanofi, Johnson & Johnson, CureVac e Moderna). «Abbiamo tentato di diversificare le diverse tecnologie». Come dire: mai mettere tutte le uova nello stesso paniere.

AMERICA
L’ottimismo che trapela da Buxelles corre parallelo a una notizia pubblicata il giorno prima dal New York Times: Cdc, l’autorità sanitaria federale Usa, ha allertato tutti gli Stati perché si preparino alla distribuzione di un vaccino (anzi, di due potenziali vaccini) a fine ottobre. Trump ha puntato molto su Moderna, il secondo dovrebbe essere quello di Pfizer. Ma gli Usa hanno anche messo sul piatto 1,2 miliardi di dollari per il vaccino di AstraZeneca. L’accelerazione americana è stata guardata con sospetto, perché la tempistica sembra aiutare la campagna elettorale di Trump: a novembre ci sono le elezioni presidenziali. La Casa Bianca ha smentito di avere fatto pressioni Fda (l’ente governativo che regolamenta i farmaci in Usa). E anche Anthony Fauci, l’immunologo della task force della Casa Bianca, mai tenero con Trump, si è sbilanciato e ha spiegato che il vaccino potrebbe essere pronto prima del previsto. Infine, l’altro giorno il ministro della Salute, Roberto Speranza, uno sempre estremamente cauto, ha detto: «Nelle ultime ore è stato reso definitivo il contratto tra la Commissione Europea e AstraZeneca e le prime dosi, se il vaccino dovesse essere confermato come sicuro, saranno già disponibili entro la fine del 2020».

Lasciando da parte la corsa del vaccino russo (secondo Putin già pronto) e di alcuni candidati cinesi (per uno è iniziata la somministrazione ai militari), l’ottimismo rimbalza tra Europa e Usa ed è inatteso. Molti scienziati invitano alla cautela perché saltare alcuni passaggi della sperimentazione è pericoloso. Bene, di cosa parliamo quando citiamo il vaccino di AstraZeneca? In realtà ci riferiamo a un progetto in cui il ruolo di una eccellenza italiana è fondamentale. Si tratta di una partnership che mette insieme l’Università di Oxford, Irbm, società di Pomezia che fa ricerca ad altissimo livello, e AstraZeneca, una multinazionale di biofarmaceutica svedese-britannica. L’operazione è senza precedenti: per la fase 3 della sperimentazione, quella finale, sono stati coinvolti 30mila volontari in Brasile, Sud Africa e Stati Uniti. E altri 30mila stanno per essere chiamati in causa in Asia e in altri paesi del Sud America. I primi risultati sono promettenti e la produzione è cominciata: le dosi saranno buttate se la sperimentazione non andasse come si spera e la validazione venisse negata. Piero Di Lorenzo, presidente di Irbm: «Se il vaccino dovesse risultare efficace, e sottolineo se perché bisogna essere sempre prudenti, a novembre le prime dosi saranno disponibili. Ma non c’è alcuna accelerazione, non ci sono pressioni politiche, ogni decisione dipende dai riscontri scientifici».
 

Ultimo aggiornamento: 13:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA