Conte, tre trappole per il governo: prossimi due mesi decisivi

Giovedì 21 Maggio 2020 di Alberto Gentili
Conte, tre trappole per il governo: prossimi due mesi decisivi

Nessuno ha mai creduto che Matteo Renzi avrebbe sfiduciato il Guardasigilli Alfonso Bonafede. E, dunque, aperto la crisi di governo. Ma ora che il (falso) pericolo è superato, non si può dire che la navigazione del governo di Giuseppe Conte sia serena. Anzi. Come dicono, a microfoni spenti, numerosi ministri ed esponenti della maggioranza «la sorte dell’esecutivo dipenderà da cosa accadrà nei prossimi due mesi».

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Traduzione: Conte si salverà se il decreto rilancio da 55 miliardi riuscirà davvero a far ripartire l’economia messa in ginocchio dal Covid-19. E se non ci sarà una recrudescenza dell’epidemia che obbligherebbe a un nuovo lockdown. Con tutte le conseguenze connesse.

Il decreto rilancio, «pari a due manovre economiche» come ha sottolineato lo stesso premier, non è infatti replicabile a breve. Soldi non ce ne sono. Quelli tirati fuori, e caduti a pioggia sul Paese senza una strategia precisa se non quella di aiutare chi ha bisogno (dai cittadini alle imprese), sono tutti in deficit e vanno ad incrementare un debito pubblico già altissimo. Dunque la prossima sfida di Conte e del governo rosso-giallo è evitare di fare il bis del decreto “Cura Italia” di marzo, i cui effetti sono stati negati e paralizzati dalla burocrazia. Così oggi il premier, alla Camera e al Senato, oltre a ripetere che era necessario far ripartire il Paese prendendo «un rischio calcolato», annuncerà per l’ennesima volta un provvedimento per la semplificazione amministrativa. Del resto non c’è partito, dal Pd ai 5Stelle, da Leu e Italia Viva, che non solleciti la «sburocratizzazione».
 


La svolta e un po’ di ossigeno potrebbero arrivare in autunno inoltrato quando, se tutto andrà bene, l’Italia riceverà circa 100 miliardi a fondo perduto (senza aggravio del debito) grazie al recovery fund proposti da Francia e Germania, da cui prenderanno la luce i Covid-bond: il primo esempio, storico, di emissione di titoli di debito comunitario. Belzebù fino a ieri per i tedeschi. E il demonio, tutt’ora, per Olanda, Svezia, Danimarca e Austria. Ma i Paesi Nordici, che insistono nel negare le sovvenzioni e continuano a parlare solo di prestiti, con ogni probabilità, dovranno però piegarsi al diktat di Angela Merkel: la Cancelliera, a poco più di un mese dall’inizio del semestre di presidenza dell’Unione europea, ha deciso di rispolverare il suo europeismo per evitare che la pandemia da Covid-19 portasse alla morte anche dell’Unione europea. Ed è difficile, se non impossibile, che gli Stati satelliti di Berlino possano resistere al pressing tedesco.

Un po’ come la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen che sembra orientata a sedare la zuffa aggiungendo ai 500 miliardi a fondo perduto, altri 500 miliardi in prestiti. Il parto dei Covid-bond è anche l’occasione per Conte di sminare la strada del governo da un’altra bomba innescata da tempo e pronta esplodere: l’adesione al Fondo salva Stati (Mes).

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I 5stelle, prigionieri della loro propaganda populista, continuano a dire che i 36-37 miliardi del Mes non vanno presi. E questo anche se sono sparite le tanto temute condizionalità che, come è accaduto alla Grecia, venivano accompagnate dallo sbarco della Troika del Fmi, Bce e Commissione Ue: il commissariamento delle politiche economiche del Paese cui ne faceva ricorso.

Però i soci di maggioranza non sono dello stesso avviso: il Pd, Leu e Italia Viva non hanno intenzione di perdere i 36 miliardi da destinare alle spese sanitarie dirette e indirette. La partita si chiuderà a fine giugno, quando Conte porterà in Parlamento un “pacchetto” con dentro il recovery fud, il Mes, i 100 miliardi del Sure per la cassa integrazione e i 200 miliardi della Banca europea per gli investimenti per la cassa integrazione. E a quel punto per i 5Stelle votare “no” sarà impresa difficile, in quanto vorrebbe dire bocciare anche i 100 miliardi a fondo perduto del recovery fund. Almeno su questo scommettono il premier e il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri.

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