Codacci Pisanelli: quell'idea di (grande) Salento, tra Casa Bianca e Cremlino

Ci sono luoghi che diventano punti di riferimento. Indicazioni utili per orientarsi, darsi appuntamento, organizzare un evento. Vivere avvenimenti importanti, di quelli che restano a vita, segnati a fuoco nella biografia, nelle storie personali. Nei racconti e nei ricordi. Snodi cruciali, anche geograficamente, nel destino condiviso di una comunità o in quello individuale di ogni singolo soggetto, sempre che la parabola della propria esistenza sia segnata da tappe importanti, oppure solo occasionali, in transito dallo stesso posto, identico incrocio, solito palazzo. Ci vediamo, facciamo, celebriamo, organizziamo, partiamo, arriviamo, dibattiamo, discutiamo, deliberiamo, festeggiamo al Codacci Pisanelli. Ecco, lì: tra viale dell’Università e Porta Napoli, a Lecce, accanto all’obelisco (o di fronte al Cantiere o al Barroccio, ogni epoca ha le sue mappe). Comunque lì, al Codacci Pisanelli. Perfetto, ok. Ma chi era, esattamente, Codacci Pisanelli?
 
 

Un libro di uno dei suoi otto figli ricorda questa figura multistrato e multiforme, poliedrica senza essere scostante e incoerente, tutt’altro semmai, salda nella sua formazione cattolica, filosofica e giuridica sia che facesse il politico o il docente universitario, l’avvocato o il raffinato tessitore di relazioni diplomatiche con Kennedy e Kruscev, il costruttore di pace tra minacce di guerra e bombe atomiche o il giocatore di tennis ai Parioli. Il rettore o il sognatore, anche. Suoi, per un rapido accenno, i progetti per il Grande Salento e il superciclosincrotrone (ci arriviamo) da realizzare lì dove poi è sorta la pista prove di Nardò, sullo stesso tracciato, la più importante al mondo per i test auto, passata dalla Fiat alla Porsche. Un’idea di sviluppo per questo lembo di Sud fondata su cultura, scienza e turismo. «Niente acciaio né cemento». La ricorrenza di oggi, 2 Giugno, Festa della Repubblica, insieme con il trentennale o poco più dalla sua morte, avvenuta a 75 anni, nel 1988, a Roma, riportano indietro le lancette della storia per rileggere non solo un luogo, un nome e una vicenda umana irripetibile ma un po’ anche se stessi e il proprio territorio. Speranze, illusioni e delusioni. Proviamoci.

Giuseppe Codacci Pisanelli (figlio di Alfredo, docente di Diritto a Roma e deputato liberale del Regno d’Italia, e nipote di Giuseppe Pisanelli, ministro di Grazia e giustizia all’epoca di Vittorio Emanuele II, nato a Tricase nei primi dell’Ottocento) fu eletto per la Democrazia Cristiana all’Assemblea Costituente, circoscrizione Lecce-Brindisi-Taranto, il 2 Giugno 1946, giorno della sconfitta della Monarchia. Aveva 33 anni. Curriculum straordinario, prima e dopo: laurea in Giurisprudenza e in Scienze politiche, docente di Diritto amministrativo, capitano di Cavalleria in guerra, pretore di Tricase, osservatore per l’Italia al processo di Norimberga, ministro della Difesa con De Gasperi, promotore e primo rettore del Consorzio universitario salentino (poi Università) dal ‘55 al ‘76, presidente dell’Unione Interparlamentare che lo portò ovunque a trattare con i grandi della Terra e, infine, anche sindaco di Tricase, luogo d’origine della famiglia, dal ’62 al ’68. Entrò nella cerchia più esclusiva della Costituente, la Commissione dei 75 incaricata di redigere la nuova Carta, e lì spinse in tre direzioni: il decreto legge per affrontare le urgenze, la Corte Costituzionale come supremo controllo e, infine, il bicameralismo, calibrato - però - su due assemblee destinate una ai partiti e l’altra alle forze del lavoro e della produzione (sennò perché “fondata sul lavoro”, la Repubblica?). Propugnò anche l’idea del Grande Salento: troppo vasta e diversificata la Puglia, tra Daunia, Peucezia e Terra d’Otranto. Ma il progetto, inserito nell’articolo 123 della Costituzione, fu cassato dal comitato ristretto incaricato di sintetizzare i lavori preparatori. Alla fine qualcuno lo sfilò dalla Costituzione e non se ne fece nulla. Le “manine” non sono invenzione recente.

«Papà non si scoraggiava mai. Certo, provava un grande rammarico per le sorti del Grande Salento. Considerava illegittimo averlo fatto sparire: il comitato doveva riordinare il lavoro fatto, diceva, non apportare varianti. Non era tipo da serbare rancore: si ripartiva con spirito costruttivo. Però non sopportava i piccoli uomini, pronti a fare accordi e cambiare schieramento per i propri interessi». Allora. Figurarsi ora. Oltre la biografia ufficiale, ecco il lato umano, riservato. Familiare. Giuseppe Codacci Pisanelli era anche un padre, e qui la storia cambia prospettiva. Emanuele, ingegnere, è il terzo figlio, dopo Evelina, che non c’è più, e Alfredo, anche lui in passato sindaco di Tricase, e prima di Biancaneve, già presidente dell’Accademia delle Belle Arti di Lecce; i gemelli Vito e Massimo, uno medico chirurgo specializzato negli Usa e l’altro commercialista con doppia laurea; Giovanni, oncologo, e Angela, l’ultima della nidiata, giornalista dell’Espresso. L’idea di un libro un anno fa, in occasione del convegno organizzato a Lecce da Wojtek Pankiewicz, uno dei principali collaboratori in Ateneo di Codacci Pisanelli, per i 30 anni della morte. Bisognava mettere insieme un po’ di carte e riordinare i ricordi. Nel frattempo gli Stati Uniti avevano desecretato diversi documenti ufficiali, tra cui il carteggio tra il professore, come preferiva essere chiamato nonostante i molteplici titoli, e il presidente John Fitzgerald Kennedy durante la crisi missilistica di Cuba. L’incontro con l’editore Piero Manni ha fatto il resto. “Ahimè parlo il francese”, il titolo. Rimanda a uno degli aneddoti narrati: la conoscenza di diverse lingue rendeva superflua, per lui, qualsiasi traduzione. La sua correttezza a più livelli, poi, gli era servita per disinnescare insidie di vario tipo in giro per il pianeta, come a Mosca - ad esempio - dove, ostentando persino la conoscenza base del cirillico, aveva dissolto con un “no, grazie” la raffinata e ben addestrata malìa di un’interprete (si chiamava Nino, ma era un tocco di figliola) evidentemente incaricata di seguirlo pure in albergo. Altra epoca.

«Papà era anche quello di cui nessuno nei primi tempi sapeva che si occupasse di armi atomiche e della pace nel mondo». Emanuele Codacci Pisanelli, l’ingegnere, è appena rientrato a Roma, dove vive, da Torino. Si interessa di ponti e strutture complesse. Ha ultimato un sopralluogo per la copertura dello stadio della Juventus. «Sono romanista, si fidano di più: se hanno il mio benestare vuol dire che davvero non c’è nulla da eccepire», scherza. Ha girato il mondo, di fatto sulle orme del padre. Per dire: 35 diversi Stati solo in Africa. Gli chiedi delle turbolenze in regioni instabili e lui risponde serafico: «Nel nostro ambiente c’è un detto: chi costruisce ponti non prepara la guerra». Ha lavorato nello studio di Riccardo Morandi (già, lui), poi col maestro ha mantenuto rapporti di collaborazione e ha curato la manutenzione e il restauro di diversi suoi lavori, tra i più importanti. Sul crollo del ponte di Genova, edificato tra il ‘63 e il ‘67, ha un’idea ben chiara: «Nel ‘92 siamo stati incaricati di rinforzare la pila numero 11, intervento compiuto con grande perizia. Stessa procedura, però, avrebbero dovuto seguire per le pile 10 e 9: sulla prima qualcosa negli anni è stato fatto, sulla seconda no. Perché il crollo alle 11,36 del 14 agosto 2018? Concomitanza di fattori: la trazione del tirante per le basse temperature di quel giorno a causa del maltempo, la notevole corrosione della struttura, il passaggio di un carico di 36 tonnellate di acciaio a bordo di un autoarticolato».

Il volume dei ricordi, allora. Parla del padre ma è dedicato alla madre. “Le leggevo il libro e gli occhi azzurri sorridevano”, scrive in epigrafe. Rosetta Capozza se ne è andata un anno fa. Aveva sposato Giuseppe Codacci Pisanelli nel 1951. «Il più grande dono che papà abbia avuto». Anche la famiglia di lei era benestante: il padre proprietario di un’importante distilleria a Casarano, con rotaie e piccoli treni a vapore, e palazzo affrescato nella piazza centrale. Giuseppe Capozza, il capofamiglia, era fresco di studi a Zurigo con Albert Einstein: tornato in paese, aveva investito anche in una squadra di calcio, donando al club un piccolo stadio, lo stesso che ancora oggi porta il suo nome. «La mamma aveva gli occhi del colore dell’acqua di Tricase», racconta Emanuele. «Qualsiasi cosa ti accada, diceva, ricorda che ti poteva andare peggio, molto peggio. Quindi non ti lamentare, non ti lamentare (proprio così, detto due volte)». Dal padre ha tratto altri insegnamenti. A partire da Pinocchio. Gli regalò il libro, scrisse una dedica: “A Emanuele, con l’augurio che la lettura lo renda saggio e generoso”. Ricorda, gli ripeteva, nessuna scuola di pensiero è in sé errata: “Ciascuna fonda la propria esistenza su individuali verità e carenze di altre dottrine”. E poi gli ammonimenti validi sempre: “Alzati al mattino dopo i contadini ma prima degli scansafatiche e sii onesto e sincero. Avrai svolto metà del tuo dovere».

Non acquistò mai nulla, Giuseppe Codacci Pisanelli. Un terreno, una casa, una cantina, un box: niente. La prima volta in Parlamento arrivò in bici, l’ultima con l’autobus. «La politica era una missione», ricorda il figlio. «Non voleva essere ricco. Viveva dello stipendio di professore e avvocato. Il resto lo distribuiva tra partito, bisognosi e parrocchie. Noi ragazzi avevamo solo una barchetta a remi». Il professore aveva ereditato dal padre una casa a Roma e una villa a Tricase, la stessa da cui lo scrittore Giorgio Bassani, compagno di tennis ai Parioli e ospite in Salento nel 1958, trarrà ispirazione per il suo romanzo più noto, “Il giardino dei Finzi-Contini”. Come presidente dell’Unione Interparlamentare, primo forum permanente per i negoziati multilaterali, sede a Ginevra, Codacci Pisanelli aveva dialogato con tutti, dalla Casa Bianca al Cremlino. Kennedy, Kruscev, Chiang Kai Shek, De Gaulle... un’agenda di incontri fitta e straordinaria per raffreddare propositi bellicosi e inibire la corsa agli armamenti. E quando a casa i figli gli chiedevano se era vero che avesse incontrato presidenti, re e primi ministri, lui abbozzava restando sul vago: “Forse”.

Gli dispiacque molto non essere riuscito nell’impresa di realizzare l’acceleratore lineare di particelle, il superciclosincrotrone. Allora era rettore e con quest’operazione avrebbe voluto dare impulso alla facoltà di Fisica, in dirittura d’arrivo. Fu predisposto il tracciato, quattro chilometri di diametro, ed espropriati i suoli. Una struttura unica al mondo, sarebbe stata. Carlo Rubbia, che pure aveva insegnato a Lecce, appoggiò invece il progetto del Cern di Ginevra, simile ma in scala ridotta. Su quel tracciato, a Nardò, nacque la pista per i test automobilistici. Importante, ma altra cosa. «Cultura, scienza e turismo, questa l’idea di papà. Università, acceleratore lineare e apertura dell’aeroporto di Galatina ai voli civili erano i perni su cui far ruotare lo sviluppo del Salento». La storia prende pieghe impreviste. Spesso indesiderate.

Restano le parole. Rimane l’esempio. Ha detto di lui Giacinto Urso, a lungo collega di partito: “Un uomo politico che si accosta al grande e al piccolo con lo stesso stile e con pari predisposizione. Sia quando incontra Kennedy e Kruscev, sia quando dialoga con l’ultimo ‘capuano’ di quel Salento, dove, ammoniva, nasce il sole”. Nella prefazione, Bruno Manfellotto scrive: “La vita di Giuseppe Codacci Pisanelli è il paradigma di come si svolgesse, allora, la selezione della classe dirigente. Ripenso all’insegnamento di un amico e maestro: bisogna impegnarsi in ogni cosa con la massima serietà, a patto di non prendersi troppo sul serio”. Ma ahimè, pur parlando italiano, quanti lo capiranno?

 
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Domenica 2 Giugno 2019 - Ultimo aggiornamento: 18:59