Gamba amputata per una frattura al femore, medici nei guai a Roma. Il 49enne era caduto in bici

Finisce in ospedale con una frattura al femore dopo una caduta in bicicletta, ne esce con la gamba amputata. I medici eseguito l'inserimento di una protesi non si accorgono che l'arto in pochi giorni era andato in gangrena dopo una embolia scatenata dall'intervento. Un'amputazione che poteva essere evitata con esami strumentali e una consulenza chirurgica vascolare secondo la procura di Roma, che nei giorni scorsi, ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio di nove medici dell'ospedale Sant'Eugenio con l'accusa di lesioni aggravate. Per la vittima, un ciclista romano all'epoca dei fatti, il 2015, 49enne, il dramma si è consumato in un paio di settimane.

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IL FATTO
L'11 aprile Eugenio V. arriva al pronto soccorso del Sant'Eugenio con una frattura al collo del femore. Quattro giorni dopo viene sottoposto all'intervento di ricomposizione con l'inserimento della protesi. A fatica il paziente riesce a rimettersi in piedi, ma poi le sue condizioni di salute precipitano. La gamba fratturata, la destra, diventa livida e dolorante. La causa però viene scoperta solo quando l'arto diventa visibilmente affetto da gangrena gassosa causata da una complicanza trombo embolica non diagnosticata in tempo. Due interventi di rivascolarizzazione purtroppo non bastano per evitare il taglio dell'arto. Per una serie di superficialità, secondo la ricostruzione del pm Maria Gabriella Fazi. La prima sarebbe stata commessa dal medico che durante le visite del 23 e del 25 maggio, come ricostruisce nell'imputazione, «aveva omesso di approfondire mediante esami strumentali, una Eco doppler, le condizioni del piede destro del paziente nonostante le evidenti alterazioni esteriori». Mentre a sei ortopedici e a due medici del reparto di chirurgia d'urgenza il magistrato addebita «la mancata richiesta di una visita vascolare nonostante le alterazioni degli esami di laboratorio». La visita specialistica infatti verrà effettuata solo il 28 maggio, quasi una settimana dopo l'insorgere delle gravi problematiche all'arto.

L'INCHIESTA
In un primo momento le due perizie disposte dal pm, però, escludono la responsabilità dei medici. Nessun dato avrebbe evidenziato allarmi. Ma dopo l'opposizione alla richiesta di archiviazione presentato dai legali della vittima, il caso è stato rivalutato alla luce di una ulteriore perizia. Bastava intervenire sei giorni prima, è la conclusione. La diagnosi di trombo della parete interna dell'aorta, secondo la consulenza fatta elaborate dalla parte lesa e presa in considerazione dal giudice dell'udienza preliminare, «era possibile fin dal 22 aprile», ossia una settimana dopo l'intervento e sei giorni prima dell'amputazione.

«Sono meravigliato dal rinvio a giudizio - ha affermato l’avvocato Piergiorgio Micalizzi, difensore di un ortopedico - in quanto il coinvolgimento del mio assistito si colloca in un momento in cui non c’era nessuna sintomatologia allarmante. Cosi come anche confermato dalle dalle consulenze di parte e della stessa procura l’operato dello stesso è stato conforme alle best pratcties ed alle linee guida».
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Venerdì 19 Aprile 2019 - Ultimo aggiornamento: 14:22