Elezioni Quirinale, la delusione di Elisabetta Casellati: «Mi sento offesa e tradita»

Lo sfogo della presidente del Senato: "segnareW" le schede non è servito a nulla

Elezioni Quirinale, la delusione di Elisabetta Casellati: «Mi sento offesa e tradita»
Elezioni Quirinale, la delusione di Elisabetta Casellati: «Mi sento offesa e tradita»
di Mario Ajello
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Sabato 29 Gennaio 2022, 06:14 - Ultimo aggiornamento: 14:50

«Sono stata offesa e sono stata tradita sia dal punto di vista personale che, soprattutto, da quello istituzionale». Non lo ha preso affatto bene, Elisabetta Casellati, il flop da 382 voti. Chi la cerca dopo il fattaccio per alleviare la sua pena non riesce a parlarle perché ha staccato i telefoni, s'è ritirata sdegnatissima nella sua residenza di Palazzo Giustiniani - soprannominato il Piccolo Quirinale perché sede della seconda carica dello Stato, ma lei aspirava al Quirinale grande - e quelle stanze risuonavano ieri pomeriggio di urla.

Casellati: io offesa e tradita

 

C'è chi l'ha sentita dire: «Ci voglio riprovare!». Chi invece ne ha raccolto questo sfogo: «Non avrei mai immaginato un grado di cattiveria politica così forte. Hanno riversato sulla seconda carica dello Stato, su una figura super partes, tutte le divisioni tra i partiti». Lo sdegno, appunto. La rabbia.

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Perché se è vero che Casellati ha voluto fortissimamente andare alla conta - «Posso andare oltre 400 voti, credo di essere stimata e apprezzata in tutto l'arco costituzionale» - è anche vero che è rimasta vittima di chi non l'ha fermata. Tajani ci ha provato, ma Salvini no. Berlusconi sapeva che sarebbe andata a finire male - «Se hanno detto che i numeri non c'erano neppure per me, volete forse che ci siano per lei? Suvvia...» - ma la voglia di mandare al Colle per la prima volta una figura di centrodestra, con in più l'abito istituzionale di presidente del Senato, ha preso la mano a chi poteva fermare un'operazione nata di fretta e gestita al buio. Mentre lei era con Fico sul banco della presidenza di Montecitorio a guidare le operazioni di voto, e mentre da quello scranno parlava al telefonino e scriveva messaggini per cercare sponde politiche (quella di Renzi soprattutto, e non l'ha avuta, e a Matteo sarebbe stata anche promessa la presidenza di Palazzo Madama in cambio del suo assenso all'operazione Elisabetta), in aula c'era chi immaginava la sorte cinica e bara che sarebbe toccata alla vittima sacrificale di un gioco ad altissimo rischio. Il berlusconiano Rotondi: «Se Salvini ha mandato Casellati allo sbaraglio, senza essersi prima assicurato sulla fedeltà granitica di Forza Italia e sull'aiuto di qualche grillino o ex grillino con voti aggiuntivi, vuol dire che non ha mai fatto una scuola di partito. E sarà un macello». Lo è stato infatti. E Bossi lo ha subito commentato così: «Adesso Salvini stia a sentire quello che dice Berlusconi e non faccia più di testa propria».

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LA CADUTA
Quando Casellati, bersagliata dai cecchini del centrodestra, sia azzurri come lei che centristi, ha lasciato l'aula si è appoggiata nel tragitto a un funzionario di Montecitorio perché la botta ricevuta era stata troppo forte. Ha smesso di presiedere le operazioni di voto, di cui era arbitra ma anche protagonista, e via subito a Palazzo Giustiniani con le chiamate a Salvini e Meloni che le dicono «non è stata colpa nostra» e poi lì al Piccolo Quirinale - tra le macerie del «centrodestra evaporato e finito, e ora facciamo una cosa di centro subito e bene», come dice Osvaldo Napoli - non si è chiusa in un silenzio dolente ma si è sfogata senza darsi pace. «Un atto di superbia la sua auto-candidatura», dicono nel suo partito quelli che l'hanno impallinata. «Quanta invidia...», è la sua reazione.

 

E c'è addirittura chi dice - ma sbagliando - che potrebbe ora perdere anche la carica di presidente del Senato e già si fanno i pronostici di sostituzione: con La Russa di Fdi? No, non servono questi scenari fantapolitici. Occorre fermarsi alla concretezza delle cose, e non c'è nulla di più concreto del pallottoliere che s'inceppa e delle pallottole dei cecchini d'aula che colpiscono un'aspirante Capo dello Stato che forse doveva proteggersi e farsi proteggere di più.


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