Alta moda, altro che industria: la scommessa di Leonida, da Francavilla a Dubai (via Milano)

Domenica 26 Gennaio 2020 di Maurizio DISTANTE

Di stare dietro una scrivania, seppur una scrivania molto importante, proprio non ne aveva voglia, Leonida Ferrarese, mente, cuore e anima della sartoria artigianale Bottega Dalmut: l'incontro con un sarto che gli avrebbe dovuto confezionare il suo primo abito su misura da capitano d'industria di là da venire, però, ha rappresentato l'occasione per seguire la propria vocazione per il bello, lo stile e l'eleganza. Il telefono non smette di suonare: è martedì mattina e il 31enne imprenditore è seduto in una delle sale dell'atelier di via Quinto Ennio, a Francavilla Fontana, suo paese d'origine. «Saranno i soliti centralini», minimizza. In realtà, ma non serve un particolare fiuto investigativo per capirlo, dall'altro capo del telefono non ci sono gli operatori dei call center: «Giovedì mi serve tutto afferma l'imprenditore rispondendo alla chiamata -, devo assistere ad alcune prove. Alle 6 di mattina? Per Malpensa? Significa che devo stare alle 4 in aeroporto. Malpensa, poi Dai, vediamo».

Milano, dopo Francavilla, è il centro degli affari del giovane Ferrarese, uno che ha capito cosa vuole e che ha la giusta presunzione di sapere anche cosa gli altri vogliano, almeno quando si parla di vestire e di vestire bene. Il suo destino lo avrebbe portato altrove, a dirigere la florida azienda famigliare, la Prefabbricati Pugliesi, al timone della quale c'è papà Massimo, già presidente della Provincia di Brindisi e presidente di Invimit, l'ente di gestione del patrimonio immobiliare dello Stato. «Crescendo, studiando e formandomi ho preso un po' per volta consapevolezza che la scrivania non mi avrebbe concesso quell'orizzonte di cui avevo bisogno: con questo lavoro, invece, il mio confine è il mondo e l'unico limite è la bellezza, in una ricerca che non ha mai fine». La bellezza è la bussola nella vita di Leonida. «Il gusto per il bello, per l'estetica, a Francavilla, ce lo abbiamo un po' dentro».

I ricordi di Ferrarese affondano nell'infanzia vissuta negli anni 80 e nei racconti di papà Massimo, ancora antecedenti: viale Lilla, centro del passeggio per giovani e famiglie, assomigliava a una passerella sulla quale sfilavano decine di modelli in Camperos e bomber, capi e accessori che sarebbero sbarcati altrove solo diversi anni più tardi. «Anche per questo ho scelto di aprire qui: non aveva senso mettere le tende a Taranto o a Brindisi, città dominate dall'industria pesante, tra siderurgico e centrale termoelettrica. Francavilla, anche logisticamente, rappresenta un unicum facilmente raggiungibile. Abbiamo clienti che programmano i loro viaggi in Italia da Germania, Brasile, Stati Uniti solo per venirci a trovare».

Bottega Dalmut, però, non è solo una sartoria artigianale con atelier di una cittadina del sud Italia: è una finestra affacciata sul mondo. Entrando nei locali in stile liberty di via Quinto Ennio, cuore pulsante dell'impresa, si perde la cognizione del tempo e dello spazio: antico e moderno si mescolano, dando l'illusione di trovarsi in un caffè parigino negli anni 20 del 1900 o nello studio di un manager a Sydney nel 2070. Poi, però, ci sono gli abiti che riportano al qui e all'ora. «Ero da poco rientrato da New York dove avevo concluso il mio ciclo di studi accademici ed ero in procinto di partire per Milano dove avrei cominciato la mia esperienza lavorativa in un grosso gruppo: per iniziare con il piede giusto la mia nuova vita, volevo un abito su misura». Senza andare troppo lontano, Ferrarese, conscio della grande tradizione sartoriale locale che vede tra i suoi massimi interpreti stilisti del calibro di Ungaro, originario della città, e di Angelo Galasso, francavillese anche lui, si rivolge alla bottega più antica di Francavilla dove lavora e opera il sarto Giuseppe Cafueri. «In quei momenti racconta , mentre davo indicazioni al maestro, ho capito che quella era la mia strada: contribuire a creare abiti unici, dalla scelta dei migliori tessuti, alla lavorazione artigianale, al taglio e alla vestibilità».

Di sliding doors è piena la storia: quello che doveva essere il delfino di uno degli industriali di maggior successo di Puglia ha deciso di cambiare strada per seguire la sua passione. «Mio padre non è stato assolutamente di intralcio in questa scelta, anzi: quando ci siamo trovati a chiacchierare dell'argomento mi ha raccontato alcuni aneddoti di mio nonno Leonida, che purtroppo non ho mai conosciuto, su quanto ci tenesse agli abiti che indossava. Il nonno, un austero e serio direttore di banca, ad esempio, contava i giorni che lo separavano dalla domenica, quando saliva a bordo della sua auto per raggiungere il suo sarto di fiducia, a Nardò, per provare i vestiti che il maestro stava preparando per lui e per dargli le indicazioni su dove mettere mano. Ecco, io faccio più o meno quello che faceva il nonno, solo che lui gli abiti li indossava per andare a lavoro, io per lavoro li vendo».

Il cambio di paradigma sembra aver funzionato egregiamente, tanto che il raggio d'interesse coperto da Bottega Dalmut conta attualmente 36 paesi in tutto il mondo. «Non è semplice: ogni mese vado diverse volte a Milano, un paio di volte a Dubai e a Londra. Mi piace assistere personalmente alla maggior parte delle prove dei nostri clienti per essere sicuro del prodotto che proponiamo». Lo sguardo internazionale della Bottega e del suo deus ex machina, però, non esclude la natura artigianale e radicata della sartoria. «Siamo molto attenti anche al mercato locale perché, ad esempio, è bellissimo sapere che gente che ti conosce di persona, anche solo per incontrarti in strada, ti affidi uno degli aspetti più delicati del giorno più importante della propria vita». Non è provincialismo, dunque, cosa quanto mai lontana dall'atmosfera che si respira in bottega, ma sottile piacere nel soddisfare le richieste e le aspettative di un cliente il cui feedback non si legge nei numeri ma gli è stampato in faccia. «Abbiamo realizzato abiti per tanti matrimoni e cerimonie: siamo partiti con sette, otto eventi nel 2015 per toccare la vetta dei 180 nel 2018. Nemo propheta in patria, è vero, ma è bello incontrare per strada clienti sorridenti».

In questo, Bottega Dalmut si distingue da molti dei suoi competitor, offrendo alla propria clientela un'esperienza che va al di là delle prove e dell'attenzione al prodotto offerto ma che guida l'acquirente nel percorso verso la scelta migliore. «Cerchiamo, senza presunzione, di indirizzare i clienti verso la soluzione ideale: non posso consigliare uno smoking a uno sposo, anche se come smoking è bellissimo. Mi è anche capitato di non cedere a richieste che non rientrano nella nostra filosofia ma, in generale, cerchiamo di coccolare il cliente con piccole accortezze che, alla fine, fanno la differenza: mi viene in mente, ad esempio, il corso per allacciare i papillon, cosa che in pochi sanno fare».

Il futuro si chiama Milano e si chiama donna: Ferrarese e i suoi stanno progettando lo sbarco di Bottega Dalmut all'ombra della Madonnina e, dalla prossima primavera, partirà la collezione donna, sempre declinata secondo lo stile Dalmut, divenuto ormai un marchio di fabbrica. «Apriremo a Milano mantenendo l'intera produzione made in Francavilla: lì ci sarà un sarto che guiderà, insieme con me, il cliente in tutto l'iter della creazione, finché il risultato finale non sarà quello voluto. Ci lavoriamo da un anno e mezzo, ormai, e credo che sia giunto il momento di concretizzare l'idea. La donna, invece, rappresenta la prossima sfida in termini di evoluzione stilistica di Bottega Dalmut. Non sarà la classica collezione che ci si potrebbe aspettare: tutta la modellistica sarà derivata da quella maschile, mantenendo quelli che sono i tratti distintivi della nostra sartoria, abbottonatura inclusa. Credo che ci divertiremo». Intanto il telefono continua a squillare ma, a quanto pare, non si tratta dei soliti centralini. «Solo un secondo: è un giocatore del Milan (l'identità dell'atleta rimarrà segreta, ndr); chiama per chiedere consigli su cosa mettere in vista di un evento». Milano, in fondo, non è poi così lontana.
 

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