Lucio, in quei versi la nostra colonna sonora

In ogni modo, da qualsiasi punto lo si possa vedere, Lucio Battisti ha contributo alla vita di ognuno di noi. Proprio 20 anni fa, il 9 settembre 1998, uno dei più grandi donatori di emozioni se ne andava a soli 55 anni. Le sue canzoni sono state la più amata colonna sonora del nostro Paese, capaci di raggiungere tutte le categorie sociali, di emozionare nonni e nipoti, e di colpire in modo analogo ed efficace l'immaginario maschile e quello femminile.
Una personalità complessa, imprevedibile, geniale ma anche enigmatica, che non amava cantare in pubblico ed in televisione (pochissimi sono i filmati che lo ritraggono, tra questi quegli indimenticabile nove minuti di duetto con Mina nella puntata del 23 aprile del 1972 di Teatro 10). Si trovava a suo agio solo in sala di incisione, e lo disse in maniera definitiva: «Non parlerò mai più, l'artista non esiste, esiste solo la sua arte».
Un arte immensa, considerato che quasi tutti i suoi titoli, frutto in gran parte del connubio con Mogol, sono passati alla storia della canzone. Tra questi la leggenda narra che l'acqua azzurra, acqua chiara immortalata dal duo sia quella del mare cristallino di Porto Cesareo, fonte di ispirazione per i due grandi artisti che si trovavano lì in vacanza. Quando Porto Cesareo era ancora Porto Calamaro e sulla terra rossa a ridosso del mare ancora si piantavano i pomodori.
Con questa canzone nell'estate del 1969 Battisti partecipò per la seconda volta al Cantagiro conseguendo un ottimo terzo posto con 861 punti, in un'edizione vinta da Massimo Ranieri con Rose rosse (889 punti), seguito dai Camaleonti con Viso d'angelo. «Ma quell'estate continuò a regalare soddisfazioni a Battisti ricorda il critico musicale Luciano Ceri perché il successo conseguito al Cantagiro diede i suoi frutti nei mesi successivi ed il pubblico giovanile che frequentava i jukebox ne decretò la vittoria al Festivalbar».
Un anno particolarmente felice per il ragazzo di Poggio Bustone, che era iniziato con l'apertura ufficiale di Sanremo. Era giovedì 30 gennaio quando Gabriella Farinon pronunciò le consuete parole di presentazione: «Apre questo Festival di Sanremo 1969 la canzone di Mogol e Battisti Un'avventura. Accompagnato da maestro Reverberi, canta Lucio Battisti». E l'emozione dell'esordio gli giocò un brutto scherzo, con un attimo di esitazione che gli fece sbagliare l'attacco della seconda strofa.
Erano passati dieci anni da quando aveva iniziato la sua carriera di musicista, suonando con un gruppo di coetanei che si era dato come nome i Satiri. La prima vera scrittura professionale arrivò nell'estate del 1961 con la formazione che accompagnava Leo di Sanfelice, gli Svitati. Il gruppo si trasferì a Brindisi e poi alla Selva di Fasano a suonare per tutta la stagione estiva alla Casina Municipale. «Lucio Battisti era un fantastico chitarrista di rock and roll ricorda di Sanfelice ed appena finita la scuola venne a suonare con me alla Sciaia a mare di Brindisi e quindi alla Selva».
Da qui in poi è storia nota, a partire dall'incontro con Giulio Rapetti, meglio noto con lo pseudonimo di Mogol. Il loro fu un sodalizio che ha dato, sottolinea il critico Felice Liperi, risultati memorabili non solo sul piano musicale ma anche poetico, fino a rendere complicato capire se quei testi erano le interpretazioni degli stati d'animo di Battisti o riflessioni esistenziali di Mogol suggerite dalla musica di Battisti.
Collaborazione che durò fino al 1980, con la pubblicazione dell'album Una giornata uggiosa, e che ha creato canzoni senza tempo (Una donna per amico, I giardini di marzo, La canzone del sole, Emozioni, La collina dei ciliegi, solo per citarne qualcuna) che si rivelarono vincenti per la voce roca e subito riconoscibile di Lucio e, soprattutto, in virtù dell'estrema novità per gli anni 60/'70 di coniugare i nuovi tempi del rock ad un gusto modernamente romantico per quel concerne la melodia.

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