Il sovranismo va sfidato con le risposte ai problemi

Smontare la macchina del populismo e del sovranismo, che va a pieno regime in Italia e in Europa, non sarà per niente facile. Colpa delle classi dirigenti che negli anni della crisi economica e finanziaria hanno imposto sciagurate politiche di austerità - tra egoismi nazionali e disinteresse sulle emergenze sociali - che hanno finito col provocare lo scollamento tra popolo e istituzioni con le conseguenze oggi sotto gli occhi di tutti.

Le consultazioni per il rinnovo del Parlamento europeo, già fissate per il prossimo mese di maggio, riserveranno non poche sorprese e, secondo le previsioni più accreditate, a pagare il prezzo più salato saranno Popolari e Socialisti, i partiti architrave dell’Unione europea. Non sarà facile invertire la tendenza in atto, salvo che l’Europa non riesca a trovare in tempo una via d’uscita, che non può essere quella della furbizia tattica o delle soluzioni abborracciate dell’ultima ora. In realtà, nessuno sa dire se ci sia ancora una via d’uscita e quale possa essere, prima che i sovranisti piombino su Bruxelles.

Intanto, il caso italiano fa scuola, fa discutere - nel bene e nel male - ed è seguito con particolare interesse e/o preoccupazione da tutte le cancellerie. I sondaggi diffusi negli ultimi giorni hanno confermato, sostanzialmente, le tendenze e i movimenti delle forze politiche dopo il voto del 4 marzo. Sia M5S che Lega registrano consensi potenziali intorno al 30%, il Pd è stabilmente sotto il 18%, Forza Italia tra l’8 e il 10%, Fratelli d’Italia intorno al 4% e Leu intorno al 2%. Sui partiti che danno vita all’esecutivo bicolore converge circa il 60% degli elettori, con un incremento del 12-13% rispetto alle ultime elezioni (è l’effetto del forte balzo in avanti della Lega).

Siamo di fronte ad maggioranza che è andata rafforzandosi nei primi due mesi di governo, mentre le opposizioni appaiono frastornate o irretite nei vecchi rituali polemici che non colgono la sostanza dei problemi cavalcati e delle soluzioni proposte da M5S e Lega in queste prime settimane di esperienza governativa.
Seppur tra contraddizioni e feroci contrasti da parte degli oppositori, i vicepremier Salvini e Di Maio sono riusciti a trasmettere l’idea di un governo decisionista e capace di muoversi a 360 gradi: il primo ha fatto sentire la sua voce e la sua determinazione sulla questione dell’immigrazione e della sicurezza pubblica; il secondo ha risposto con altrettanta energia sul terreno del contrasto alla precarietà del lavoro attraverso il cosiddetto Decreto dignità.

Proprio il fenomeno immigratorio, che a un certo momento sembrava essere sfuggito ad ogni controllo, con conseguenti ripercussioni sociali, e la precarizzazione del lavoro, con le sue ricadute negative soprattutto sulla vita delle nuove generazioni, sono stati i punti di maggiore criticità sui quali è naufragato il Pd renziano e la sua esperienza di governo. Sono gli stessi punti sui quali hanno fatto leva Cinque Stelle e Lega per ribaltare la vecchia egemonia politica e costruirne una nuova. Per quanto tempo si vedrà.

Ora il gioco si ripete a parti rovesciate, solo che nel frastuono mediatico provocato delle scelte politiche del governo bicolore, le opposizioni di oggi non danno l’impressione di sapere e voler distinguere natura e fondatezza dei problemi al centro delle attuali scelte di governo, che andrebbero in linea di massima riconosciute, e qualità delle risposte operative sulle quali è giusto e necessario aprire una discussione di merito.

È fuori di dubbio che il fenomeno immigratorio vada affrontato con una visione politica che non può non tenere in considerazione le reali capacità di accoglienza e di dignitosa integrazione dei nuovi arrivati. Qualsiasi altra soluzione che non tenga conto dei limiti oggettivi e delle difficoltà ad estendere l’apertura ai migranti economici oltre le reali possibilità di un Paese, finisce con l’innescare reazioni e, alla lunga, provocare pericolose tensioni sociali. Questo deve tener presente l’opposizione di sinistra quando legittimamente prende di mira la linea intransigente del ministro dell’Interno. Resta il fatto che c’è una situazione che va affrontata e risolta: lo si può fare in diversi modi, l’importante che i problemi sul tappeto vengano riconosciuti come tali per evitare che qualcuno possa sollevare la bandiera della durezza per accarezzare e trasformare in consensi elettorali i sentimenti meno attenti al solidarismo che pure circolano nella società.

Un discorso analogo, dal punto di vista metodologico, andrebbe fatto sulle politiche sociali e del lavoro contenute nel Decreto dignità. Anche in questo caso gli attacchi da parte del Pd e di Forza Italia, oltre che dal mondo imprenditoriale, sono pesanti. Eppure tutti dovrebbero riflettere sugli effetti negativi che la precarizzazione senza limiti dei rapporti lavorativi genera tra i giovani e nella società. Può essere che la ricetta proposta dal ministro Di Maio debba essere corretta durante il dibattito parlamentare alla luce di alcune obiezione emerse, e questo lo si può e deve fare, ma ciò non può mettere in discussione l’obiettivo di una necessaria inversione di tendenza che tenga conto delle esigenze e della qualità della vita di un lavoratore e della sua famiglia.

A ben vedere, quelle appena toccate sono problematiche che hanno un profilo interno, ma rimandano direttamente all’Europa e al suo ruolo. La politica immigratoria, almeno su questo sono tutti d’accordo, deve diventare un dossier interamente europeo: non possono essere i singoli Paesi ad affrontare e gestire un fenomeno complesso e massiccio che richiede, innanzitutto, interventi straordinari nelle zone dell’esodo. Così come le politiche di crescita economica e occupazionale devono rientrare nell’agenda dell’Unione come obiettivi imprescindibili se si vuole rispondere ai disagi dei cittadini e, soprattutto, di quei giovani che in aree come quelle del Sud Italia hanno davanti ai loro occhi una situazione disperante in virtù di tassi di disoccupazione tra il 40 e il 50%.

Si può far finta di nulla, ma è difficile negare la consistenza delle due principali emergenze, che stanno terremotando la politica continentale, sulle quali l’Europa e, da parte sua, l’Italia sono chiamate a fare i conti. Evocare Satana non basta, in questo caso ci vuole la mano di leader saggi e lungimiranti che abbiano il coraggio di non nascondersi davanti alle sfide che i tempi pongono.

 

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