L'indifferenza della natura e la nostra disattenzione

Una volta Reinhold Messner commentò un fatto tragico accaduto sulle Alpi e siccome allora i media, in gran parte, usavano titoli del tipo «la montagna assassina», lui ci tenne a dire che la montagna non è buona né cattiva, al massimo è indifferente. I fatti del Pollino sono tragici e dolorosi e per il rispetto delle persone morte e soprattutto per cercare rimedi futuri, conviene riprendere il concetto espresso da Messner. Esso riguarda la concezione che noi tutti abbiamo della natura. Ecco, la natura non è né buona né cattiva, al massimo è indifferente, proprio come la montagna. Purtroppo la definizione di natura è parecchio sfuggente. Insomma è un sistema complesso, dove vari elementi interagiscono, e nel quale la selezione naturale svolge sui noi viventi un ruolo fondamentale. Tuttavia, nei secoli, nonostante Darwin, vecchi saggi, filosofi vari e poeti romantici hanno visto nella natura qualcosa a se stante, un limbo, una dimensione diversa e immutabile, lontana da noi. Dovevamo o rispettarla o conquistarla, basta fare l’elenco di alcuni aggettivi: divina, sacra, madre, benevola, generosa, arcigna, matrigna.

Si sa, noi umani proiettiamo le nostre aspettative e nello specifico le regole e le leggi morali ci sembrano vengano direttamente dalla natura. La psicologia cognitiva ha evidenziato un bias (un pregiudizio, una fallacia) che nella versione più semplificata si chiama, appunto, fallacia naturalistica. Attribuiamo, di volta in volta e secondo i nostri desideri ed egoismi, alla natura alcune qualità, così, a mo’ di esempio: se una cosa è naturale ci sembra più sana, se una cosa non ci piace diciamo che è innaturale e via discorrendo. Su questa fallacia sono stati costruiti parecchi immaginari, e tralasciando quelli filosofici, più argomentati, abbiamo visto negli ultimi anni affermarsi due concezioni. La prima è quella disneyana, colpevole di aver romanticamente antropomorfizzato la natura. Andare nella giungla per me che ho visto parecchi cartoni stile Disney sembrava una passeggiata, tanto al massimo avrei incontrato orsi simpatici e pantere sagge, e poi come ci stupiamo quando scopriamo che gli orsi attaccano, i lupi ammazzano e le volpi distruggono i pollai.

Così d’altra parte, all’opposto, c’è la visione estrema della natura, che ne celebra la conquista, tutta quell’adrenalina che scorre quando scali una montagna, ti butti da un pendio, fai il bagno sotto la cascata. I due immaginari spesso sono gemelli, due facce della stessa medaglia: o la natura va scoperta perché lì ci sono le cose vere e autentiche o va sfidata perché nella sfida si nascondono i veri valori dell’uomo.

Credo che sotto le suddette spinte, con molta facilità scaliamo (o meglio ci serviamo delle spettacolare funivia) per raggiungere i ghiacciai del Monte Bianco in camicia e scarpe da ginnastica, incuranti del posto in cui stiamo o ci buttiamo tutti insieme alla ricerca della fauna simpatica - che ci piace pensare così simile a noi. Oppure vogliamo fare escursioni, scalate, discese nelle rapide, tutte avventure da raccontare al più presto agli amici. Nella fretta, nell’eccitazione, ci dimentichiamo di controllare l’abbigliamento, le previsioni del tempo o l’orografia del territorio, i crepacci, le buche: cose semplici, ma in ultima analisi importantissime. Purtroppo le riteniamo banali, non all’altezza della natura che abbiamo in mente.

Se continuiamo a barcamenarci tra i due immaginari, difficilmente vedremo la natura per quello che è: un sistema sia egoistico sia altruistico (le due cose vanno insieme) ma soprattutto caotico, se piove l’acqua scorre, si infila nei crepacci, scorga, crea fiumi. Quella stessa acqua che poi beviamo e che irrora la fauna e la flora e crea bellezza intorno a noi può facilmente ucciderci, indifferentemente, è così che funziona la natura.

 

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