La sinistra in stato confusionale: il primo nodo resta l'identità

L’attuale governo, nonostante non possa contare sulla coesione della coalizione elettorale Lega-FI, non solo non appare più debole, ma può fare affidamento sulla sostanziale inesistenza di una opposizione politica in parlamento e nel Paese. Ciò, in un sistema democratico, costituisce una menomazione grave a cui rimediare con urgenza. Per questo va seguito con interesse - al di là della collocazione di ciascuno - il tentativo delle varie formazioni di sinistra di rimettersi in piedi dopo essere state tramortite dalla sconfitta del 4 marzo.

Il compito che l’attende si presenta però lungo e difficile perché non si è trattato di una sconfitta soltanto politica, ma anche (soprattutto) culturale che ha messo in discussione sistema di valori, orizzonti strategici, capacità analitiche, lettura della modernità. Rimediare a tutto questo significa riuscire a mobilitare risorse nuove, alimentarsi da altre agenzie del sapere, fare sistema con luoghi inediti di produzione della conoscenza. La politica da sola non basterà al rilancio della stessa politica della sinistra.

Qualcuno si illude che sia sufficiente fare come nel 1994, quando, dopo un’altra storica sconfitta, alla sinistra bastò per riprendersi la risorsa di una certa perspicacia politica. Non si tiene conto, però, del fatto che all’epoca c’erano ancora soggetti politici accettabilmente strutturati, con consensi elettorali ancora cospicui e che, perciò, i tentativi per una ripresa avevano una base organizzativa ed elettorale solida e un sindacato ancora capace di sostenere la politica di sinistra. Oggi, praticamente, non c’è quasi niente. Il Pd di Renzi ha poco a che fare con la sinistra ed è in stato confusionale. La sinistra ‘radicale’ elettoralmente è ininfluente e lo è ancora di più politicamente. Abbiamo in sostanza la situazione inedita per l’Europa di un’Italia pressoché senza sinistra e senza un ruolo, alla stessa, riconosciuto. Per questo l’obiettivo principale, strategico e urgente, vitale, da perseguire da parte del gruppo dirigente che rappresenta il milione di voti avuto il 4 marzo, non può essere che quello di cercare di ridare ad essa una identità e una riconoscibilità sociale, politica e culturale. Tutto il resto, dal pochissimo di sinistra rimasto, dovrebbe essere considerato soltanto “gioco” della politica, politicismo sterile, teatrino patetico di un piccolo mondo che crede di poter fare come faceva in altri tempi la grande politica di una forte sinistra e di un sindacato di lotta. Invece, come ha detto qualcuno, proprio una certa “dimensione del tragico” sta mancando.

Si ragiona come se si fosse di fronte ad una situazione che si ammette essere grave - magari anche molto - ma non disperata, dalla quale è comunque possibile uscirne con i rimedi tradizionali, “classici”, con un gergo che in passato ha tutelato margini rassicuranti di equivocità, che ha garantito spazi di autonomia al “gioco” politico. Si fa fatica ad ammettere che tutto questo non serve più e che la possibilità di una qualche sopravvivenza risiede solo nell’essere espliciti sino in fondo, in una chiarezza impietosa. Per esempio, il documento nazionale per la Conferenza politico-organizzativa di “Articolo Uno-Mdp”, pur apprezzabile in alcuni suoi passaggi, è nell’insieme privo della coscienza del rischio della fine. Si dice di voler condurre una opposizione «parlamentare, sociale e politica per costruire l’alternativa», ma non si dice con chi e come. Se anche col PD o senza. Se rafforzando la “terza gamba” (centrosinistra col Pd) o dando al sistema una “quarta gamba” (una sinistra senza Pd, autonoma con una sua specifica identità). Non si dice come comportarsi col governo in carica: se illudersi di riuscire a dividere i “gialloverdi” o essere oppositori di un governo ritenuto compatto.

Bisogna rincorrere Fico e accreditare così i 5Stelle come la vera alternativa alla destra, togliendo questo ruolo alla sinistra? E contribuire così a creare un bipolarismo Lega(destra)-5Stelle(sinistra) che annienterebbe definitivamente la sinistra? A questo punto bisognerebbe allora dare ragione agli elettori di sinistra che hanno votato 5Stelle e spingere chi ancora non lo ha fatto a farlo la prossima volta! Ancora. Nel documento non si fa riferimento alla prospettiva politica concreta con cui sostenere il percorso verso il partito unitario della sinistra, considerando che non pochi si sono dichiarati contrari a questo sbocco. E se si vuole il partito unico, come mai “Articolo Uno” mette in piedi, proprio in questi giorni, una conferenza nazionale che porti ad un proprio assetto organizzativo? Delle due l’una: o a settembre si avvia davvero la fase costituente del partito unico, e allora le strutture particolari di ogni formazione si sciolgono; oppure, se non si sciolgono, il processo sarà poco più di una finzione e, comunque, debole e tale da lasciare ciascuna formazione praticamente libera di fare quello che vuole. Ma ormai i margini per le tattiche politiche sono per la sinistra del tutto usurati. Il tatticismo può servire a qualcosa solo quando si è forti. Quando si è sconfitti nettamente si deve pensare solo a ricostruire e rifondare. Semmai, a far saltare le tattiche politiche, non ad assecondarle.

Come prima misura, sarebbe opportuno ridimensionare drasticamente gli obiettivi di tipo elettorale, altrimenti si alimenta il sospetto che la preoccupazione prevalente di alcuni sia quella di come superare il 4 per cento alle prossime europee. Cioè di come sistemare qualcuno. Come bene sintetizza Michele Prospero, la sinistra deve rinascere «nella lotta delle magliette rosse, dei centri sociali, dei movimenti civici, dei gruppi del volontariato contro le miserie politico-culturali della destra al potere». Non certo da un cartello elettorale.

 

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