Le lezioni di Kant e il diritto dei migranti

Nella straordinaria opera “Per la pace perpetua” di Kant si legge: “Ospitalità significa il diritto di uno straniero che arriva sul territorio di un altro Stato di non essere da questo trattato ostilmente. Può essere allontanato se questo può farsi senza suo danno; ma fino a che si comporta pacificamente, non si deve agire ostilmente contro di lui.

Si tratta di un diritto di visita spettante a tutti gli uomini, di entrare a far parte della società in virtù del diritto comune del possesso della superficie della terra. Terra sulla quale, essendo sferica, gli uomini non possono disperdersi isolandosi all’infinito, ma devono da ultimo rassegnarsi a incontrarsi e a coesistere. Se si paragona con questo la condotta inospitale degli “stati civili”, soprattutto degli stati commerciali del nostro continente, si rimane inorriditi a vedere l’ingiustizia che essi commettono nel “visitare” terre e popoli stranieri (il che per essi significa conquistarli). Per essi erano terre di nessuno; col pretesto di stabilire stazioni commerciali, introdussero truppe straniere, ne venne l’oppressione degli indigeni, l’incitamento a guerre sempre più estese, carestie, insurrezioni, tradimenti e tutta una lunga serie di mali che possono affliggere l’umanità”. Questo scrive va Kant e dovremmo rileggerlo spesso.

Qualcuno, purtroppo più di uno, di recente ha eccepito: “Ma cosa dobbiamo noi italiani agli immigrati, agli eritrei della nave Diciotti?” Domanda che serpeggia ingenua, ignara e autoassolutoria rispetto ai migranti ancor più per quelli mossi da motivi economici. La riflessione di Kant è impietosamente drastica sulla ipocrisia degli stati commerciali europei rispetto alla miseria da essi prodotta in Asia e Africa; è esaustiva nel ricostruire la trama tra colonizzazione, sfruttamento, migrazioni, diritti negati. Dopo la colonizzazione, più feroce nel XIX secolo, molte regioni soprattutto africane sono regredite da una condizione di parsimoniosa autosufficienza economica, non dissimile (fatte le dovute differenze) da quella di diverse aree europee coeve, all’altra di immiserimento. Si genera il crescente gap socio-economico tra Europa e Africa.

La nostra società, sempre più ricca di informazioni, ma sempre meno in grado di utilizzarle criticamente e razionalmente; sempre più attenta e prigioniera del presente, di cui il futuro è solo una sua breve e miope proiezione, ripete la solfa autogiustificatrice “cosa dobbiamo ai migranti afroasiatici?”. Anzi la ribalta nel manifesto del colonialismo inglese “Il fardello dell’uomo bianco” (Kipling 1899): ci siamo prodigati su terre selvagge, ma potevamo starcene a casa nostra; abbiamo portato la civiltà, impegnando capitali e uomini, per emancipare tribù dalla barbarie: testimoniata dal fatto che i nostri beneficiati non ci sono grati né riconoscenti…!

Kant riannoda tutti i tasselli e le prospettive del problema migratorio. Si obietterà: nella fine del Settecento non vi erano le migrazioni di massa attuali; Kant parlava di diritto di visita probabilmente tenendo presente i nobili e isolati viaggiatori. Ma come si può contestare il postulato che sulla terra sferica è destino l’universale incontro, perché anche allontanarsi o allontanare è un processo dialettico che si ribalta nell’ineludibile incontro!? Contro tale destino “more geometrico demonstrato” non servono muri, politiche di chiusura o di miope ed egoistico sovranismo; mentre è etico e razionale affrontarlo con l’apertura e l’incontro.

Noi “stati civili commerciali” abbiamo innescato il processo migratorio, con le nostre plurisecolari rapine e devastazioni; abbiamo derubato soprattutto l’Africa delle incommensurabili risorse naturali - lo “scambio ineguale”, prezzi irrisori per materie prime, etc -, innescando conflitti interni oltre quelli di conquista; ostentato la nostra ricchezza. Scacciati da terre diventate inospitali, i loro figli sono stati attratti dal luccichio dei nostri miti e dai valori dichiarati. Ma ora neghiamo il diritto cosmopolitico alla visita, non siamo in grado di gestire gli effetti avvelenati e drammatici delle nostre plurisecolari conquiste e prassi di sfruttamento. Dopo aver aggredito e distrutto civiltà e nazioni, con il pretesto giuridico ”che tali terre erano di nessuno, non facendo alcun calcolo degli indigeni” (Kant, ibidem), ora dimentichiamo un altro postulato: “la terra è di tutti”. Ognuno ha diritto “di entrare a far parte della società in virtù del diritto comune del possesso della superficie della terra” (Kant, ibidem). Noi apparteniamo alla terra, non viceversa; la terra ospita tutti coloro che pacificamente si insediano.
Quale regressione culturale, con le devastanti ricadute sociali, rappresenta il sovranismo, la logica dei muri, gli slogan “prima gli italiani”, etc. rispetto alla visione cosmopolitica kantiana! Si obietterà: un visionario utopistico, la logica dei numeri ora impone prassi diverse. Ma esse vanno guidate da visioni; quella egemone dei sovranismi attuali è diametralmente opposta alla kantiana, erede del cosmopolitismo antico e della fraternità e accoglienza cristiana.

La logica dell’incontro, dell’apertura è uno dei tre pilastri per costruire “La pace perpetua”; non meno importante l’altro, la costituzione di una “federazione di popoli” che non significa un superstato o un impero centralizzato, ma anticipa la logica di tutele istituzioni sopranazionali, dalla Società delle nazioni, all’Onu, all’Unione europea, con cui confligge il rigurgito nazionalistico e sovranistico attuale. Si obietterà: le incapacità e inefficienze dell’Europa, l’impotenza dell’Onu, etc. Ma ciò non può essere alibi per smantellarle, aggredirle, depotenziarle. Qualcuno disse “non va gettato il bambino con l’acqua sporca”; ora qualcun altro (non pochi) intorbidiscono l’acqua per legittimare tale perversa azione. I sovranismi favoriranno condizioni di pace e coesistenza e solidarietà tra le nazioni, o le chiuderà nei propri interessi attenti al presente, miopi del futuro? Questa è la vera partita dei nostri tempi.

 

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