Quel serbatoio di consensi nei quartieri “167”

Il garantismo è un bene prezioso, una grande conquista della cultura giuridica. E va esercitato sempre, non solo quando conviene, come purtroppo accade in Italia con gli schieramenti politici pronti a brandire l'arma del giustizialismo nel momento in cui sono gli avversari a cadere nella rete delle inchieste. Ci sono partiti e movimenti che hanno costruito fortune elettorali sul moralismo a senso unico quando sedevano nei banchi dell'opposizione, chiedendo dimissioni e processi sommari contro gli avversari, salvo poi scoprirsi ipergarantisti quando i propri uomini vengono raggiunti da avvisi di garanzia, se non addirittura arrestati. E allora, sarà pure diventato un logoro luogo comune, ma non è mai superfluo ricordare il principio costituzionale della presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Non è superfluo ricordarlo soprattutto in tempi in cui la celebrazione dei processi sommari avviene in quella piazza virtuale dei social dove i mazzieri da tastiera emettono sentenze di condanne definitive.
Garantista, dunque, deve essere l'approccio anche nei confronti dei clamorosi sviluppi dell'inchiesta sulle case popolari che ha portato ieri a sette arresti e a una raffica di indagati. Leggendo la corposa ordinanza, il lavoro fatto dai magistrati appare meticoloso e frutto di approfonditi riscontri. Le accuse sono gravi, gravissime. Ma non sono ancora certezza. Gli indagati avranno i tempi e le sedi per respingerle e dimostrare la loro innocenza. Dunque, aspettiamo prima di emettere verdetti di piazza e di inneggiare alla grande pulizia. Lasciamo fare serenamente ai giudici il loro mestiere.
Fatta questa doverosa premessa, ciò che per ora va sottolineato è che dalle circa ottocento pagine dell'ordinanza emerge uno spaccato inquietante su ciò che ha corroborato i blocchi di potere, le campagne elettorali e, soprattutto, le macchine delle preferenze negli ultimi decenni a Lecce. La gestione delle graduatorie e delle assegnazioni delle case popolari è stato il più potente ed efficace ingranaggio per la costruzione del consenso. Cosa nota. Non a caso, tutti erano convinti che le elezioni si vincessero lì, nei quartieri della 167, e che le gerarchie del potere emerse dalle elezioni dipendessero dalla forza di penetrazione in quei quartieri. C'erano pacchetti di voti fortemente controllati. Tant'è, e anche questo non è un mistero, che in molti comitati elettorali si fosse a conoscenza, con precisione, del responso addirittura in anticipo rispetto allo spoglio delle schede nei seggi della 167. Dalla ricostruzione dei pm arriva la conferma che non si trattava di un voto di opinione o di consensi ottenuti sulla base degli interventi di buona amministrazione in quelle aree. Era in gran parte un voto di scambio. E lo scambio, secondo i magistrati, avveniva con la deprecabile sottrazione dei diritti ad alcuni per avvantaggiare chi quei diritti non li aveva. Amici e amici degli amici. Attraverso i salti nelle graduatorie e gli inviti espliciti, di chi invece avrebbe dovuto garantire il rispetto delle regole, a occupare abusivamente gli alloggi. E se qualcuno osava ribellarsi, rivendicando i propri diritti, andava incontro a minacce e aggressioni, appaltate a uomini dalle fedine penali tutt'altro che pulite, se non addirittura affiliati a clan criminali.
Uno spaccato di degrado politico e civile, in cui la illegalità, il mancato rispetto delle regole, la violazione dei diritti di famiglie senza protezione a vantaggio della protezione dei propri amici erano una delle principali leve del consenso. Per chi governava, ma anche per settori dell'allora opposizione. Uno spaccato, piaccia o no, che getta dunque non poche ombre sulle passate amministrazioni. Le responsabilità penali sono, certo, individuali: chi ha commesso reati, se li ha commessi, dovrà rispondere personalmente davanti alla legge. Ma le responsabilità politiche no. E in questa vicenda, se le accuse saranno confermate, emergono in modo evidenti le responsabilità politiche di chi amministrava e non controllava, di chi prendeva valanghe di voti e preferenze e non si interrogava su come arrivassero, di chi aveva a fianco a sé, in ruoli di primo piano, i gestori di graduatorie e assegnazioni senza chiedere loro spiegazioni e resoconti, di chi ha lasciato che funzionari e dirigenti, non sempre al di sopra di ogni sospetto, continuassero a operare in un settore così delicato. Se anche, nella migliore delle ipotesi, si accerta che si sia trattato solo di omissione di controllo, la responsabilità politica risulta evidente. E non può passare sotto silenzio.
C'è un ultimo interrogativo che emerge dai clamorosi sviluppi dell'inchiesta. Se tutti sapevano che dietro le graduatorie e le assegnazioni degli alloggi si nascondesse, diciamo così, un mondo molto opaco, perché si è dovuto attendere il 2018 per portarlo alla luce? Se tutti sospettavano l'esistenza di questa ampia sacca di illegalità, anche per gli esposti, le denunce e le inchieste giornalistiche di molti anni addietro, perché solo oggi si è giunti a ricostruire uno spaccato - seppure ancora da sottoporre a verifiche - così grave e degradato? Inutile girarci intorno: per troppi anni la magistratura salentina è stata quasi interamente assorbita dalla priorità alla giusta e sacrosanta lotta alle mafie, nella quale sono stati raggiunti lusinghieri risultati. L'attenzione dedicata a tutto ciò che avveniva nel mondo della pubblica amministrazione, anche se in questo settore inchieste importanti non sono mancate, è risultata un po' deficitaria e destinata in corsie, diciamo così, non preferenziali. Nell'ultimo anno c'è stato un cambio di passo. E la corposa, meticolosa ordinanza di ieri ne è la conferma. Forse i tempi dell'aberrante locuzione Lecce è noscia stanno davvero per finire.

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