La Manovra sarà il vero banco di prova per l'alleanza giallo-verde

Per il momento, è l’uovo di Colombo. Dopo essere arrivati al governo in modo preterintenzionale – cioè alleandosi accidentalmente dopo essersi combattuti ferocemente – leghisti e cinquestelle hanno messo da parte – saggiamente – tutto quello che li divideva. E che – prima o poi – potrebbe ritornare a dividerli. Concentrando l’azione di governo sulle politiche meno orticanti. E, soprattutto, in termini di consenso più gratificanti. Accomunate dalla medesima formula: impatto ampio e immediato, a costo zero.
Prendete la questione migranti. I titoloni di ieri annunciavano che i tedeschi se ne prenderebbero cinquanta. Verrebbe da sorridere, pensando al terrore che – secondo Salvini – decine di migliaia di irregolari starebbero seminando in tutta Italia. Però, la reazione prevalente è che il nostro paese finalmente si starebbe facendo rispettare. Quindi, la questione reale – ammesso che corrisponda alla realtà – passa in secondo, anzi terzo piano, di fronte alla prova muscolare.
<CP10.3>E, in ogni caso, è passato più di un mese e – a guardare televisioni e giornali - sembrerebbe che l’unico problema che abbiamo in questo paese è decidere se aprire o chiudere i porti per far sbarcare qualche centinaio di persone. In gergo politologico, si dice monopolizzare l’agenda con le politiche simboliche. Un capolavoro mediatico. Che è valso a Salvini – nei sondaggi – il sorpasso dell’alleato.
Dal canto loro, i cinquestelle – dopo essere stati messi nell’angolo dal protagonismo salviniano - stanno provando a contrattaccare. Ovviamente, sullo stesso terreno. Hanno brindato all’abolizione dei vituperati vitalizi. Un taglio che ha fatto scalpore, anche se lo scalpo degli anziani parlamentari sarà una briciola nel mare magnum delle pensioni da fame da sfamare. E hanno annunciato in pompa magnissima una nuova disciplina del lavoro. Con esiti, all’atto pratico, incertissimi. Ma che, almeno sulla carta, soddisfa un’ampia platea di appetiti microcorporativi: dai giovani che – giustamente – sognano un posto fisso che non arriverà mai, ai sindacati che – ingiustamente – sognano di tornare al – loro – passato. Ciò che conta è che, nelle more che si producano – o dissolvano - gli effetti promessi, si formi un’opinione virtuale che, finalmente, non va più tutto male.
Sarebbe sbagliato, anzi sbagliatissimo pensare che questa luna di miele tra i gialloverdi e gli elettori si dissolverà con l’arrivo dei primi rendiconti autunnali, quando molti provvedimenti importanti imporranno, inesorabilmente, scelte più dolorose. Intanto, i due partiti al governo giungeranno a quell’appuntamento con un consenso consolidato. E potranno consentirsi di perdere – eventualmente - qualche punto percentuale. Poi – ed è la cosa più importante – sanno di non dover rendere conto a nessuna seria opposizione. Le truppe berlusconiane continueranno a cambiare casacca. Mentre il Pd porterà avanti, almeno fino alle europee, il tormentone della propria autodissoluzione. Col monopolio – anzi, duopolio – gialloverde di azione e comunicazione, quale nube potrebbe profilarsi all’orizzonte del governo vicepresidenziale (copy: Fabio Bordignon) in carica?
La risposta di scuola è: il cigno nero. Lo ha evocato il ministro Savona, a proposito dell’uscita dall’euro. Una ipotesi oggi messa da parte, ma che potrebbe improvvisamente riaffacciarsi se gli equilibri geopolitici dovessero prendere la piega sbagliata. Più in generale, però, il cigno nero – un evento catastrofico imprevisto – richiama il fatto che il governo attuale resta, per molti aspetti, un outsider. Visto sotto i profili istituzionali – e costituzionali – che contano, è un esecutivo che sta mettendo in tensione tutti i circuiti tradizionali. A cominciare dal ruolo guida di Palazzo Chigi, esautorato – dopo venticinque anni di leadership incontrastata – da un triumvirato in cui il ministro degli Interni fa la parte del leone. Rischiando, però, prima o poi di sbranare i suoi coinquilini. E mettendo già seriamente a repentaglio – come si vede da alcune settimane – i rapporti interministeriali. A giorni alterni, c’è un dicastero che rivendica stizzito le proprie prerogative, a riprova che non c’è una cabina di regia, e tanto meno una camera di compensazione. Ma si va avanti di esternazione in esternazione.
In questa disordinatissima sovrapposizione – e scontro - di poteri, comincia ad essere coinvolta anche la magistratura. E lambito, in più di una occasione, il Quirinale. Cosa succederà se questo quadro – sempre meno organizzato – verrà sottoposto al frullatore di una crisi internazionale?
L’unico ad avere pronta una risposta, per una simile evenienza, è Salvini. Anzi, è probabile che si stia preparando proprio per questo appuntamento. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano i suoi alleati. O se sono già rassegnati ad essere divorati.
 

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