Quale turismo? Gallipoli deve ripartire da Gallipoli

Gallipoli è il capro espiatorio di una regione che nel turismo - per la Puglia importante quanto la Fiat degli Agnelli poteva esserlo un tempo per Torino - anno per anno colleziona una serie di madornali errori.  Gallipoli in tutto questo di suo ci mette soprattutto un torto, anzi due: essere una città affacciata su un mare da favola e aver avuto nei gallipolini (ma questa storia non è ancora finita, proseguendo nei nostri giorni) i suoi principali nemici.
Ho cominciato a fare questo mestiere occupandomi per alcuni anni proprio di Gallipoli. La prima intervista che io ricordi fu ad un assessore al turismo, Amleto Abate, che aveva come sindaco un vecchio comunista qual era Mario Foscarini, che giustamente pensava più alle case popolari e meno alle spiagge. Erano gli anni - non troppo lontani in fondo - in cui nel Salento i turisti stranieri erano soprattutto gli emigranti che tornavano dalle vacanze con le Alfa Romeo rosse e la pelliccia al volante e i figli e i nipoti degli stessi che invece venivano fin qui con le lunghe Mercedes anticipate dal radiatore monumentale, moglie e pargoli biondi incapaci di pronunciare una sola parola in italiano. Sul finire degli Ottanta l'albergo più grande del centro cittadino, il Joly Park, entrò in crisi per mancanza di clienti. Non per un calo del turismo, ma semplicemente perché altri alberghi erano nati nell'entroterra e questi venivano scelti dagli agenti di commercio (i «commessi viaggiatori», li chiamavano) che costituivano la parte più appetitosa della clientela.
L'unico momento in cui corso Roma si animava di migliaia di persone era durante le sfilate di Carnevale, in certe giornate di febbraio in cui a volte la tramontana che scendeva da Portoselvaggio faceva venire i brividi persino ai pupazzi di cartapesta. D'estate la spiaggia era tutta una distesa di salentini nelle varie versioni e dimensioni: dai radical chic dell'epoca che non mettevano il naso fuori dal Lido San Giovanni, al modello nazional-popolare che - come ora Mino De Santis canta nella sua Spiaggia proletaria - trasformavano le pinete a sud del Costa Brada in enormi trattorie all'aperto, dove la divisione in classi seguiva l'unica valida regola: chi sfoggiava la parmigiana più condita era ricco, chi metteva fuori il panino avvolto nella carta pane della salumeria era quasi un morto di fame. Salvatore Leone De Castris, da presidente della Camera di Commercio, Fernando Cartenì, da presidente del primo Festival, e pochi altri tentavano di allargare l'orizzonte, ma l'alto tasso di litigiosità delle amministrazioni, il vorticoso e ripetitivo turnover a Palazzo di città, la carenza (allora) di imprenditori disposti a investire e il ristretto raggio d'azione delle idee costituivano una zavorra troppo ingombrante e pesante. Tanto che la classe dirigente, professionisti, piccoli imprenditori e commercianti - preferì rivolgere i suoi interessi alle campagne della Baia Verde per costruirvi le villette lontane dalla città e dai suoi problemi. In quegli anni muoveva i primi passi anche il clan della neonata Sacra corona unita, ma anche loro - i criminali - puntavano su altro e non sul turismo come invece fanno ora.
E da lì, da quella Bella Addormentata sul golfo, che si parte per arrivare in breve alla Gallipoli da bere, al boom del turismo che ha bruciato ogni possibile tappa senza programmarne una sola, consegnando al mondo intero l'immagine di una sorta di Sodoma e Gomorra delle vacanze. Tanti hanno cavalcato l'onda, tutti abbiamo goduto nel leggere del sorpasso ai danni di Rimini e Riccione e quando qualcosa ha cominciato ad andare storto - come i balconi di Baia Verde affittati ai ragazzi per dormirci la notte - mezza città e mezzo Salento hanno pensato al solito nemico che davanti a una tastiera getta fango a vagonate. Fango su chi o cosa, poi? Sulla bella città capitale incompiuta del turismo? Su un Salento che a fatica cerca un impossibile riscatto? Su un mare da favola che da Rimini a Vasto tutti ci invidiano nonostante la carenza di depuratori? Su una politica che non ha ancora saputo dotare il territorio delle infrastrutture che altrove hanno già da chissà quanto? Su un'amministrazione travolta dall'illegalità su cui il divertimentificio pare abbia costruito i suoi templi?
Non si capisce. Si capisce bene, però, come una parte dell'imprenditoria locale abbia saputo approfittare dei tanti vuoti generati dalla mancanza di programmazione. Facciamo un esempio: a Baia Verde sono diventati un'attrattiva i pali dell'illuminazione pubblica, letteralmente coperti di adesivi con nomi e numeri di telefono dei vari servizio taxi. Affari d'oro. Si racconta che nelle giornate di pioggia, quando il villaggio diventa una piccola Venezia, qualcuno chieda ai turisti appiedati anche 15 euro per portarli a fare la spesa all'angolo della strada. Ecco perché qualcuno usa il canotto e poi la foto finisce sui social e quindi sui siti di tutta Italia per gli immancabili sfottò. Se una simile economia nasce e prolifera, pensate sia cosa da poco invertire la marcia e inventarsi un paio di navette? Qualcuno obietterà che la Sud Est ha inserito nelle sue tratte quella Gallipoli-Baia Verde, ma lo sanno alle Ferrovie Sud Est dov'è la fermata della littorina? Di sera la zona sembra il Bronx, di sicuro non la consigliereste ai vostri figli.
Ora che il girone infernale sembra abbia perduto la capacità di autoalimentarsi, ora che con la chiusura di Parco Gondar e di altri locali una parte dei ragazzi ha riposizionato il navigatore delle vacanze in direzione Riviera romagnola, ora che i venditori di rustici, calzoni e birre hanno scoperto che fanno meno affari...insomma, ora che tutti parlano di un calo di presenze (magari di quelle che pagavano in nero e che nessun report mai certificherà) si dà fiato alle trombe del dibattito: quale futuro per Gallipoli?
Bella domanda. Il problema è trovare una o più risposte che non facciano precipitare ulteriormente la situazione, tendendo ben presente che il futuro di Gallipoli - dal punto di vista del turismo - coincide col futuro del Salento e della Puglia intera. Quando c'è da programmare, rivedere e ritoccare si deve partire sempre da un'idea, un progetto, una convinzione. Bene, in questo caso si parta dall'assunto che Gallipoli non è soltanto una distesa di spiagge con un mare da favola e una fabbrica di aperitivi serviti davanti al sole che al tramonto infiamma lo Jonio. Gallipoli è una città d'arte. Ha tutti i numeri per esserlo e chi non lo pensa dovrebbe rileggersi la sua storia. Anche Rimini ha la sua storia, ma qui siamo su un altro pianeta. A Torre Sabea, dove oggi si va a fare il bagno sperando che la corrente non riporti a riva la puzza e il liquame vomitato dal depuratore (ah!, la programmazione sul territorio), ottomila anni fa già coltivavano i cereali e facevano provviste conservandole nei pozzetti scavati nella roccia. Da qui, dal porto che fu dei messapi che abitavano Alezio, partirono le navi che affiancarono quelle di Taranto e Pirro nella battaglia contro i Romani. Qui son passati bizantini e normanni. Qui, nella rada della Purità, gettò l'ancora la flotta veneziana mentre sull'Adriatico Otranto piangeva ancora i martiri trucidati dai turchi di Ahmet Pascià. Qui nel Setttecento c'era un porto tra i più importanti in Europa per il commercio dell'olio lampante. Qui, nelle viuzze del centro storico che è un libro di storia aperto ora vergognosamente ridotto a distesa infinita di sandali, sandaletti, bagnoschiuma, pizze e spaghetti con le cozze, muoveva i suoi passi veloci Antonietta De Pace. A Napoli, in abiti maschili, combatteva sulle barricate i Borboni; a Gallipoli tesseva le fila della rivoluzione e si commuoveva ogni volta che i cavalli la portavano fuori dai bastioni, tra i morti di fame della campagna che tentavano di fermarla per avere un tozzo di pane.
Qui, a Gallipoli, gli anni Sessanta salentini hanno celebrato il loro Omaggio al cemento e alla modernità. Certo, il grattacielo oscura la Fontana greca che si dice sia la più antica in Italia, ma anche quei quattordici piani di follia edile sono ormai storia. Gallipoli va letta. E i primi a farlo dovrebbero essere i gallipolini. Solo così le idee sul futuro non devasteranno più questi luoghi.
Renato Moro

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