Noi, fermi ai bordi tra la conoscenza e l'ignoto

“Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo, e ci lasciano senza fiato”. Finiscono così le “Sette brevi lezioni di fisica” di Carlo Rovelli. Con questa consapevolezza lucida per il poco che sappiamo.  Con l’attrazione per tutto quello che non sappiamo e che non potremo sapere mai del tutto.

Finiscono con la convinzione implicita che si resterà sempre sui bordi, insoddisfatti del nostro sapere e richiamati dall’oceano sterminato dell’incognito.

Si resterà sempre sui bordi, nonostante il loro continuo smottare, il loro continuo franare, con il desiderio di intraprendere il viaggio verso mondi nuovi e con la rassicurante certezza del lembo di terraferma di una conoscenza che abbiamo conquistato.

Ma la terra, il cielo, il mare, reclamano un’esplorazione costante, incessante. Anche la mente dell’uomo, anche le storie dell’uomo, richiamano o pretendono un’esplorazione.

Sappiamo che le nostre filosofie sono precarie, che lo sono le nostre psicologie, le nostre ragioni, le capacità di analisi, i metodi con i quali tentiamo di indagare ciò che è fuori e dentro di noi, sappiamo che sono precari gli strumenti che abbiamo, il nostro tempo, la nostra memoria; che la nostra esistenza e precaria. Vorremmo che non lo fossero i nostri sentimenti: però anche quelli sono precari: mutano, svaniscono.

Ma la precarietà di tutto non scalfisce la tensione – la passione - per la conoscenza, né la lusinga che esercita il viaggio verso le sue sponde. Anche quando alle volte ci si dice che, a conclusione di tutti i conti, fatto il pari e dispari che si deve fare, ogni conoscenza può essere inutile; anche quando ci si dice che le cose che riguardano il principio e la fine non si potrà arrivare a conoscerle mai compiutamente, anche in quei casi l’ansia di conoscenza non smette di assediarci.

Restiamo sui bordi. Con le nostre certezze mai definitive, con le nostre incertezze sconfinate, con le conoscenze mancate e con quelle improbabili o impossibili. Restiamo sui bordi, con le inquiete speranze, con i dubbi profondi. Con le nostre idee di realtà che spesso non corrispondono alla realtà; con le nostre immaginazioni, figurazioni, con i disegni del futuro, con le ipotesi su come può essere l’oceano che non conosciamo, con le continue conferme e smentite. Con le inevitabili e irrisolvibili contraddizioni. Ma come diceva Blaise Pascal: la contraddizione non è contrassegnata da falsità, né la coerenza è contrassegnata da verità.

Allora, noi abbiamo alcune verità che sono elaborate sulla base di quello che conosciamo, ma sappiamo che quello che conosciamo spesso è assolutamente relativo, è assolutamente incerto. Così ci chiediamo se nell’oceano dell’incognito ci possano essere altre verità che, una volta conosciute, potrebbero smentire quelle che abbiamo, modificarle, sostituirle.

Questa ipotesi un po’ ci rapisce e un po’ ci impaura. Alle nostre verità noi siamo affezionati. A volte non ci interessa nemmeno che si tratti di vere verità; ci interessa che appaghino il nostro bisogno di verità.
Però di tanto in tanto ci si chiede se nell’oceano esistano altre verità e se possano essere migliori di quelle che abbiamo, se per esempio possano consolarci di più, darci un’altra idea dell’ora e del dopo, svelarci uno dei tanti misteri che attraversano l’universo, offrirci nuove possibilità, altri orizzonti, proporci un’altra bellezza più consistente, più intensa.

Restiamo sui bordi. Accerchiati da molte domande senza risposta, o alle quali diamo risposte ambigue, inadeguate, superficiali.

Restiamo sui bordi, incerti se avventurarci per l’oceano o se restare sul confine fra la terra conosciuta e l’incognita del mare.

Forse il senso profondo della relazione che noi abbiamo con il conoscere potrebbe anche essere quest’incertezza.

Ci sono circostanze in cui diciamo che ci basta quello che sappiamo, le grandi o piccole conoscenze che abbiamo; ce ne sono altre in cui quello che sappiamo ci sembra così insufficiente e misero, così banale.
Forse il processo di conoscenza comincia proprio nella circostanza in cui avvertiamo l’insufficienza, la miseria, la banalità di quello che sappiamo.

Il viaggio comincia a quel punto. Quando si è disponibili a staccarsi dalle certezze, da quelle che crediamo siano verità, dai sistemi che si costituiscono come riferimento, dagli assoluti, per confrontarci non solo con il nuovo ma anche con la sua idea, la sua ipotesi, con la possibilità che esistano altre ragioni, altre storie.

Così il nostro conoscere è l’esito della coesistenza delle due condizioni di bisogno: quello di sentirsi dentro un universo di cui abbiamo esperienza e quello di esplorare universi di cui non abbiamo esperienza. Le sicurezze ci sono date da quello che sappiamo; le seduzioni provengono da quello che non conosciamo. Siamo sempre in una sospensione fra il bordo e il mare aperto, tra un punto di arrivo che coincide con uno di partenza, tra un entusiasmo di essere lì dove siamo e il richiamo insistente del mistero.

Probabilmente non è solo la scienza a strutturarsi su questo comportamento. Accade anche nel nostro esistere quotidiano, nel mestiere che facciamo, nel rapporto con gli altri. Restiamo sul bordo e contemporaneamente ci stacchiamo da esso ogni giorno. Ci sentiamo rassicurati dalle nostre certezze e richiamati da ipotesi di realtà di cui non abbiamo certezze, ogni giorno. Abbiamo, ad un tempo, curiosità e paura dell’ignoto ogni giorno. Ci chiediamo, ogni giorno, se i valori consistenti, le verità vere, si trovino nei territori conosciuti o in quelli sconosciuti. Non è solo la scienza a procedere tra certezza e incertezza. Oppure potremmo dire che il nostro esistere quotidiano sia scienza. Forse è così, si potrebbe dire così: la scienza di esistere. Che poi è quella probabilmente più difficile, più complessa, più complicata, quella che più di ogni altra è determinata dal contrasto fra sapere e non sapere, fra la certezza del bordo di quello che sappiamo e il mistero affascinante di quello che non sappiamo, dalla bellezza di una cosa e dell’altra.

Forse è la scienza di esistere che ci lascia senza fiato.



 

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