Willie Peyote, la “Sindrome di Tôret” e la libertà di espressione

Willie Peyote è un musicista che ormai non ha bisogno di presentazioni, il suo ultimo album “Sindrome di Tôret” pubblicato per l’etichetta 451 con distribuzione Artist First,infatti, ha riscossocosì tanto successo che le prime date del tour in giro per l’Italia sono giàsold out. Il suo vero nome è Guglielmo Bruno ed è un artista torinese classe 1985, riesce difficile collocarlo all’interno del panorama musicale italiano: rap, hard core, indie, alternative rock, Peyote è tutto o forse nessuna di queste catalogazioni. Ad accompagnarlo nei giorni scorsi sul palco del Cantiere di Lecce, che ha inaugurato una nuova area, è stata la resident band protagonista delle JamNight del martedì organizzate dalla TTevents: Gabriele Blandini alla tromba, Antonio De Marianis  alla batteria, Gino Semeraro alla chitarra e Mike Minerva al basso.

La sindrome di Tourette è l'incapacità di trattenere alcune espressioni verbali, è una metafora della tua musica, perché hai deciso di chiamare cosi il tuo ultimo album?

«Mi riferisco di più alla società in cui viviamo in cui tutti pontifichiamo su qualsiasi argomento, ormai sembra obbligatorio dire sempre la propria opinione. Io la chiamo incontinenza verbale diffusa, il disco affronta la libertà di espressione e tutte le volte in cui superiamo i limiti che invece dovremmo avere».

Tu hai un approccio al rap completamente diverso, ad esempio suoni il basso rappando. Qual è la tua visione della musica?

«Per fortuna adesso abbiamo un ottimo bassista e non devo suonarlo più (ride) però sì, il mio obiettivo è questo: faccio ciò che mi viene, certo non prendo le decisioni da solo ma ogni volta che, io e gli altri componenti del gruppo ne prendiamo una, è sempre qualcosa di diverso. La musica per me va vista così, senza compartimenti stagno, credo sia meglio perché se ti leghi troppo ad una corrente, all’inizio potrai avere un boom di ascolto poipasserai di moda».

Ascoltando "Ottima scusa" sembra di rivivere i Sottotono. Quali sono gli artisti con cui sei cresciuto e ti sei formato?

«Ho ascoltato molto i Sottotono ma seguivo tutto il rap in mainstream: Articolo 31, Neffa, Franky Hi-nrg. Nelle mie influenze c’è anche tanto rock grazie a mio padre che ne era appassionato, c’è l’underground che mi ha aperto un mondo. Ho un bagaglio molto vario nelquale inserirei anche Fred Buscaglione e Damon Albarn».

Al concerto del primo maggio ti sei esibito per il tributo agli Skiantos, uno dei pochi gruppi rock demenziale mai esistiti in Italia, sono stati una fonte di ispirazione per te?

«Loro avevano un approccio davvero punk alla musica sia nella scrittura che nelle performance, Freak Antony è stato un simbolo di un modo di porsi sul palco e della capacità di dire cose forti.  Cantare sul palco del primo maggio davanti ad un pubblico di 100mila persone “Siete un pubblico di merda” è stata una grande soddisfazione. Spero di riuscire a mantenere sempre l’approccio punk alle cose, il punk non è solo una chitarra distorta o spaccare una chitarra sul palco, è un’attitudine».

Andresti a Sanremo?

«Assolutamente sì, lo dico anche nel disco, non sono contrario ai contenitori in cui puoi andare e dire la tua, più è grande la platea più hai possibilità di arrivare alle persone. Non andrei ad un talent show né a fare il giudice né a fare il concorrente, secondo me sono una fabbrica di disoccupati».

Cosa pensi della nuova ondata indie?

«Credo sia la nuova musica italiana, non è più la vera musica indipendente, c’è sempre una major dietro. Oggi a popolare le radio con la musica leggera italiana ci sono Calcutta, Carle Brave, Levante, The giornalisti e ne sono contento, a prescindere dai miei gusti musicali, meglio Tommaso Paradiso che Ramazzotti».
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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