Semeraro, la cultura perde un maestro

Da oggi il professor Semeraro è nei “Giardini di Anchise”, per usare un eufemismo che gli piaceva molto, da profondo innamorato della cultura e della civiltà dell’antica Grecia. Molti sono i docenti, pochissimi i maestri; e lui era un Maestro con l’iniziale maiuscola, infaticabile lettore e divulgatore, prolifico saggista, generoso operatore culturale sempre pronto al dispendio di ogni energia per l’istituzione educativa, per la didattica, per gli studenti di molte generazioni che lo amavano e lo amano. Anche a dispetto di quel suo carattere a volte apparentemente burbero, “severo ma giusto”, come direbbero i ventenni oggi. Angelo Semeraro è stato uno dei pochi profili accademici realmente indipendenti, assolutamente proteso verso il bene comune, in quel suo rigore etico che gli veniva da un’educazione nobilmente marxista e laica.
Una formazione da pedagogista militante, engagé, in continuo dialogo con nomi del calibro di Antonio Santoni Rugiu, Dina Bertoni Iovine, Lucio Lombardo Radice, Manlio Alighiero Manacorda, Angelo Broccoli, intellettuali organici che hanno scritto la storia del dibattito novecentesco e che lo stimavano e tenevano in alta considerazione il suo osservatorio di studioso raffinato, elegante, a volte caustico ma sempre in punta di fioretto. Con loro, a partire dal 1976, aveva contribuito alla costruzione di quella fucina di idee e buone prassi rappresentata dalla redazione della prestigiosa rivista nazionale “Riforma della Scuola”. Poi aveva viaggiato in lungo e in largo per le strade spesso malconce delle istituzioni educative. Prima nella scuola e subito dopo nell’Università, a Siena, a Napoli, a Bari, infine a Lecce.
Da orgoglioso tarantino – o meglio, spartano, come amava definirsi – mal sopportava i barocchismi accademici (specie in una città barocca come Lecce) ma questa indole che spesso lo portava a tuonare (“come Cerbero”, sempre per usare un’espressione con la quale si autodefiniva) contro il rammollimento dell’educazione e dei profili docenti, si fondeva paradossalmente con uno spirito di servizio che non ho mai più riscontrato in nessuno, a quei livelli. Dispendio: Angelo Semeraro si spendeva, si spendeva per tutti, colleghi, amministrazione, logistica, studenti soprattutto. Si è speso principalmente per la grande eredità che ha lasciato all’Università del Salento: il Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, da lui fortemente, cocciutamente voluto e infine realizzato dal nulla, nel 2000. Si è speso per quella grande avventura ultradecennale che sono stati i Quaderni di Comunicazione, una rivista di dialogo interculturale che, grazie alla sua incessante perseveranza contava sulle maggiori firme del gotha del dibattito internazionale.
I “nostri” mesi a correggere le bozze della rivista, nell’afa estiva di un Palazzo Parlangeli deserto, con un lavoro di cesello certosino, quasi maniacale, mi hanno forgiato come poche altre esperienze di lavoro; prezioso esempio di dedizione.
Ma soprattutto Angelo Semeraro era un “parresiasta”, cioè uno che “dice il vero in faccia”, anche di fronte al potere, anche a costo di risultare antipatico. La sua schiettezza era proverbiale: a volte incuteva soggezione ma allo stesso tempo era sempre garanzia di franchezza. Ed era un entusiasta, un ricercatore curioso nell’animo, sempre eclettico nelle sue scorribande tra i classici della filosofia (nel 1984 era stato i primo a portare il nome di Michel Foucault in un corso universitario in Puglia) e le mille avide letture della narrativa contemporanea, che ha fatto conoscere a centinaia di ventenni la scrittura di McEwan, di Kapuscinski, di Bolano, di Coetzee, imprevedibilmente inseriti all’interno dei programmi di un insegnamento pedagogico.
A me mancherà soprattutto il sorriso di Sem (come lo chiamavamo tutti, affettuosamente), sorriso per pochi, non per tutti. Sorriso misurato e ancor più gratificante, edificante, che dietro ciò che a volte lo portava allo scontro per un eccessivo rigore, nascondeva un monito costante all’autoeducazione di ciascuno, alla Umbildung, concetto centrale della sua sterminata opera saggistica.
Chi non ha avuto la fortuna di incontrare il suo magistero e volesse avvicinarsi alla sua produzione di pensiero, probabilmente dovrebbe incominciare da Omero a Baghdad, un testo bellissimo del 2005 edito da Meltemi (che vinse anche il Premio Internazionale di Saggistica “Raffaele Laporta”), che tracciava un’affascinante metafora educativa del rapporto tra guerre antiche e guerre contemporanee.
Ma a me mancherà il professor Semeraro dei nostri continui, quotidiani, chilometrici carteggi, nei quali segnalava incessantemente libri, articoli di giornale, film, spettacoli, seguendo in maniera mai così presente il grande racconto del nostro tempo. Lo voglio ricordare nel suo amatissimo giardino, insieme a sua moglie Marcella, a leggere l’ennesimo tomo sotto il nespolo di cui andava orgoglioso e da cui, con il suo elegante stile curotrofico, elargiva frutti maturi e saporiti. Ciao Prof, vola vivace.

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