Omar, uomini e cani il ritorno, 10 anni dopo

Torna nelle librerie italiane, in una versione ampiamente aggiornata, ad oltre dieci anni dalla prima edizione, “Uomini e cani” (Adelphi) il romanzo d’esordio dello scrittore pugliese Omar Di Monopoli. La vicenda del romanzo è ambientata a Languore, città fittizia con elementi riconducibili a molte cittadine reali, e ruota attorno alla trasformazione di una salina in un parco naturale. Attorno alla questione del parco naturale, fortemente voluto dal sindaco di Languore, si annidano, però, le volontà espansionistiche di Don Titti Scarciglia, il potente del posto, che vuole costruire un villaggio turistico nei pressi del parco. Politica e corruzione la fanno da padrone e mettono in moto le azioni personaggi vinti dalla vita. Uno su tutti, Pietro Lu Sorgi, l’eremita di Languore, dalla pistola facile che, pur di non abbandonare la propria casa, inizia ad ammazzare senza pietà.
“Uomini e cani” è stato il primo di una lunga serie di romanzi che Di Monopoli ha dedicato al racconto della nostra terra, trasformando cruente storie di malaffare in western contemporanei dove spesso le speranze per un mondo migliore lasciano spazio al semplice desiderio istintivo di sopravvivenza.
Di Monopoli, a oltre dieci anni di distanza dalla prima edizione, perché ha deciso, nella riedizione del romanzo - oramai da anni fuori catalogo - di apportare sostanziali modifiche?
«Perché anzitutto io sono cresciuto e ora padroneggio meglio i miei strumenti narrativi, per cui la riedizione è stata anche un’occasione per correggere e sistemare alcune ingenuità frutto della foga e dell’entusiasmo giovanile. Inoltre adesso, poiché il titolo è andato a rinfoltire un catalogo così prestigioso come quello di Adelphi, ho pensato fosse opportuno livellare gli standard e rifarmi all’esperienza già avuta l’anno scorso con la medesima casa editrice (il titolo allora era “Nella perfida terra di Dio”, un libro sul quale in redazione abbiamo lavorato davvero di cesello). Ho avvertito insomma la necessità di rimetterci mano potendo contare su una nuova, affiatata squadra e così non mi sono lasciato sfuggire l’occasione. È un po’, per un autore, come avere la possibilità di rivedere alcuni sbagli del proprio passato con l’esperienza dell’età adulta. Per certi versi una manna, magari poterlo fare anche nella vita reale».
In che modo è intervenuto sul romanzo?
«Ho rivisto dapprima alcuni avverbi e un po’ di aggettivi: una decade fa il mio vocabolario era ancora un po’ rozzo, per quanto già tornito. Oggi mi sembra di identificare con maggiore scaltrezza quando una parola ha un peso eccessivo rispetto al ritmo di un paragrafo o quando una figura retorica stride col tono generale di ciò che sto raccontando. E poi c’è tutto il lavoro sul dialetto, per il quale in Adelphi mi hanno affiancato a degli esperti di levatura accademica, mentre nella prima edizione avevo sì maggiore libertà ma ho preso anche numerose cantonate delle quali oggi mi vergogno. Infine non bisogna dimenticare l’esperienza di chi mi ha affiancato: in Adelphi c’è gente che da cinquanta anni combatte ogni giorno per affinare la resa stilistica di autori di tutti i tipi, anche di veri e propri mostri sacri. Non potevo non approfittarne e quindi ho preso il coraggio a quattro mani e ho smontato e rimontato la mia opera d’esordio, sapendo di non tradirla».
Dopo l’esperienza con Isbn, editore dei suoi libri per un paio di lustri, come è cambiata la sua vita da scrittore pubblicato da Adelphi, una delle case editrici più raffinate e prestigiose d’Europa?
«Naturalmente è cambiata in meglio, chi non vorrebbe vedere il proprio nome su uno di quei preziosi pastelli? Ma farei un torto a chi ha creduto in me se dicessi che l’esperienza in Isbn non è stata formativa e importantissima. Al di là dell’esito finale - una faccenda della quale è difficile parlare col cuore asciutto (la casa editrice è fallita, senza pagare molti dei suoi collaboratori, traduttori e scrittori, ndr) - in quella realtà editoriale mi sono formato e sono diventato uno scrittore vero: non credo che Calasso mi avrebbe accettato alla sua corte se non mi fossi fatto le ossa là dentro, imparando, oltre che a incassare le critiche, a confrontarmi con gli altri».
Lei racconta da anni il marcio della nostra terra, persa tra povertà, ignoranza, violenza, soprusi dei più forti contro i più deboli, il tutto attraverso una lingua sempre ricercata, mai piatta, assai ispirata. I suoi romanzi possono essere considerati opere di denuncia?
«È una domanda che mi perseguita da sempre. E a cui rispondo generalmente dicendo che lo sono loro malgrado: perché quando si ambienta vicende “di genere” all’interno di terre problematiche e sfaccettate come il nostro Sud, si finisce giocoforza per rappresentare la contraddizione e quindi per dipingere spaccati sociali. L’ho imparato a mie spese: non è mai stata mia intenzione ergermi a paladino della verità opponendo un Meridione malato e corrotto a quello magico e patinato delle brochure turistiche, eppure durante le mie presentazioni alla fine di questo si parla, dello scarto tra le immagini di una Puglia tutta lusso e balli di Pizzica e la realtà di una regione piagata dai veleni dell’Ilva, dal malaffare e dai residui di una malavita mai completamente sconfitta»

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