La rabbia degli operai a sei anni dal sequestro

Era il 26 luglio 2012. Sono passati sei anni esatti da quel giorno che per Taranto significò la fine di una storia, quella dei Riva, e l’inizio di un’altra, che è ancora lontana dall’essere chiara. Una storia che, capitolo dopo capitolo, continua a pesare col suo carico di incertezze sul destino dei lavoratori e di una città intera. Quel 26 luglio è stato un giovedì di sigilli agli impianti «che provocano malattia e morte», di manager arrestati e posti ai domiciliari, di un enorme corteo di operai che si riversò per strada. Il gip Patrizia Todisco aveva ordinato il sequestro dell’area a caldo dell’Ilva e così i lavoratori uscirono dalla fabbrica.

Era a rischio il posto di lavoro, ma da quel momento, nero su bianco, c’era anche scritto che l’inquinamento aveva provocato un disastro ambientale e sanitario. Dentro e fuori la fabbrica. Sul piatto c’era la salute e il lavoro.

Le paure si moltiplicano rapidamente e sono le stesse che ancora oggi si leggono negli occhi degli operai che passano i cancelli al cambio del turno. «Speriamo in un futuro migliore» dice Alberto Briga, una delle tute blu che esce alla portineria dello stabilimento. È il cambio turno delle 15. Guarda prima l’orologio, poi si ferma un attimo a riflettere. «Quel polverone rosso che si è alzato l’altro giorno non è aria pulita: bisogna salvaguardare l’ambiente e soprattutto la salute».

L’aria è bollente quando Alberto sta per attraversare i varchi. «I casi di tumore aumentano, in famiglia ne ho avuti due e nel giro di dieci mesi ho perso i miei suoceri, entrambi per un cancro ai polmoni». Ma Alberto si augura che «si possa mantenere il livello lavorativo e ambientale: parlare di chiusura è troppo facile, poi cosa si fa? Quali sono le alternative? Creare un parco giochi? Non credo si possa fare».

È preoccupato, ma è anche consapevole che «non è facile metterla a posto nelle condizioni in cui versa, sta diventando un colabrodo dappertutto». In questa fase che appare incerta, con il passaggio di Ilva a Mittal ancora in bilico sul piano della definizione della cessione, e con una parte di città che invece continua a chiedere la chiusura, le bonifiche e la riconversione del territorio, la pressione addosso aumenta.

«Sarei anche disposto a scendere in piazza», come accadde quel 26 luglio di sei anni fa e come si è ripetuto poi il 2 agosto dello stesso anno, «senza essere strumentalizzato, perché la politica deve fare il suo lavoro, l’operaio invece deve farlo con il cuore in mano, per il diritto alla salute e all’ambiente».

Mentre Alberto entra in fabbrica, un altro operaio, Vladimiro Alanzo, ha voglia di dire qualche parola su questa faccenda che brucia. «È tutto un grande gioco politico, deve andare così. Tra qualche anno l’area a caldo sarà spenta se gli impianti non vengono convertiti a gas: ma non credo che lo faranno perché è un investimento notevole, vedremo» spiega dopo un lungo sospiro. «Viviamo alla giornata, se dovesse chiudere allora vedremo, ma in qualche modo dovrò pure lavorare».

Un altro operaio ha appena finito il turno. Si chiama Massimiliano Nigro, e non ha paura, è soltanto stanco, dice mentre raggiunge il parcheggio della portineria D. «Siamo spiazzati su tutto: siamo stanchi di questa situazione. Salvaguardare i posti di lavoro e l’ambiente sono due punti fondamentali per quanto riguarda il futuro dello stabilimento. Dal mio punto di vista si può fare, ma scherzare sulla pelle dei lavoratori non è bello perché c’è chi ha un mutuo, chi ha figli, non si riesce a vedere oltre un metro». Abbiamo voglia di lavorare, di produrre, di portare il pane a casa: che ci diano la possibilità di farlo. Ogni giorno cambia qualcosa, non è possibile, non si può stare tranquilli in queste condizioni». Massimiliano saluta e va via, sotto lo stesso caldo di sei anni fa.
 

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