Usura, comandava l’ergastolano dalla cella

Usura, comandava l’ergastolano dalla cella
Prestiti a strozzo con interessi che arrivavano sino al 120 percento destinati a piccoli imprenditori ma anche a casalinghe e famiglie di operai in difficoltà. E dietro l’usura, la lunga mano del boss Cataldo Catapano, 62 anni, detto «Didino», personaggio di spicco della malavita tarantina.
Dal carcere dove sta scontando l’ergastolo per reati di mafia, Didino avrebbe diretto gli affari di usura gestiti a Taranto dalla moglie Lucia Labriola di 59 anni e dal figlio ventisettenne Emanuele Catapano, arrestati entrambi ieri dai militari del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Taranto che gli contestano i reati di usura, estorsione e porto illegale di armi.
I casi accertati di usura, citati nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip del tribunale di Taranto, Benedetto Ruberto, sono due, ma i sospetti delle fiamme gialle portano ad un numero maggiore di vittime, nessuno delle quali è disposto a denunciare, la cui posizione sarà oggetto di approfondimenti.
Nel primo caso si parla di una casalinga che si sarebbe rivolta alla moglie del boss per un prestito di cinquemila euro necessari per le cure del marito malato. Il secondo episodio riguarda una impresa del settore ittico in difficoltà che aveva chiesto ed ottenuto dai due presunti usurai la somma di 25mila euro. In entrambi i casi gli investigatori hanno calcolato tassi di interesse sino al 120 percento.
Gli imprenditori in particolare, secondo l’accusa, avrebbero restituito 120mila euro a fronte di un prestito di 25mila con versamenti mensili i cui soli interessi si aggiravano intorno ai mille euro.
Nel corso dell’attività investigativa, iniziata da poco più di un anno, sarebbero emersi episodi di assoggettamento delle vittime che facevano di tutto per rispettare le scadenze per non essere minacciate anche con le armi.
 
Un episodio avrebbe infatti visto come protagonista il ventisettenne che si sarebbe recato armato di pistola da una delle sue vittime ritardatarie nei pagamenti. In un altro caso si è visto che la consegna del denaro, evidentemente per evitare contatti diretti tra usurai e usurati, avveniva attraverso la cassetta della posta della famiglia Catapano dove venivano consegnate le buste contenenti il denaro.
Nell’eseguire il provvedimento di cattura della donna, i militari del Nucleo di polizia tributaria al comando del tenente colonnello Renato Turco, hanno sequestrato documenti cartacei ritenuti di importanza investigativa.
Si tratta della corrispondenza tra l’ergastolano e la moglie il cui contenuto sarà ora oggetto di studio. Il sospetto degli inquirenti è che tra le frasi di circostanza delle lettere siano nascoste le prove di come il boss impartisse ordini ai parenti.
La stessa cosa era accaduta nel 2014 quando si scoprì che Cataldo Catapano e la moglie, con la complicità di altri detenuti del carcere di Padova dove Didino era rinchiuso, erano riusciti a tenersi in contatto addirittura con Facebook grazie ad un router con sim ottenuti illecitamente dal detenuto e un computer modificato.
A difendere i due presunti usurai è l’avvocato Gaetano Vitale.
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Giovedì 13 Luglio 2017 - Ultimo aggiornamento: 13:57