La sorella della vittima: «Mio fratello ucciso una seconda volta»

La sorella della vittima: «Mio fratello ucciso una seconda volta»
«La tragedia di mio fratello è un incubo che mi accompagna da oltre due anni. Da mercoledì convivo con un altro incubo: rivedere in libertà il suo assassino». Le parole dell’architetto tarantino Claudia Pignatale grondano dolore e rabbia. Nel luglio di due anni fa suo fratello Aldo venne sequestrato sotto casa da Cosimo D’Aggiano. Quel malintenzionato si infilò nel Suv della vittima mentre il giovane ingegnere parcheggiava in piazza Marconi, in pieno borgo. Gli puntò un cutter affilato alla gola e lo costrinse a riaccendere l’auto.

Poi gli impose di guidare sino ad uno sterrato di campagna e lo sgozzò con un fendente alla gola, prima di fuggire con la macchina. Un delitto orribile. In poche ore gli investigatori del reparto operativo dei carabinieri decifrarono l’omicidio. E consegnarono alla giustizia il responsabile.

D’Aggiano venne arrestato. Per quel delitto venne condannato in primo grado all’ergastolo. Nei giorni scorsi, però, la sentenza è stata riformata in appello a trent’anni di carcere. Una decisione che la sorella di Aldo Pignatale non accetta. «Francamente non capisco. Mio fratello è stato ucciso barbaramente da un uomo che già in passato aveva ridotto in fin di vita una donna alla quale aveva tagliato la gola. Non ci sono dubbi sulla pericolosità di questa persona. E non dovrebbero essercene - continua - sul fatto che debba passare la sua esistenza in cella. E invece il mio avvocato mi ha spiegato che in futuro, anche se lontano, potrà ritornare libero. Lo trovo aberrante. Non mi sento tutelata dalla giustizia. Così come mi sono sentita abbandonata in quei giorni tremendi».
 
Rivivere quelle ore è ancora una sofferenza enorme per la giovane professionista. «Mio fratello era un ragazzo straordinario e amava la vita. Avrebbe dato qualsiasi cosa per salvarsi. Ma il suo assassino non ha avuto pietà, lo ha ucciso lo stesso. Ha infierito come un animale. Non ci può essere perdono e i giudici hanno il dovere di rispettare il nostro dolore quando sfogliano i codici. Quando si decide su un caso del genere bisogna ricordare che ci sono le vittime. E che anche a loro vanno date delle risposte. Chi rappresenta le istituzioni è stato assente nella tragedia di mio fratello. E noi siamo stati abbandonati. Mercoledì per l’ennesima volta, con una sentenza che sembra fatta da burocrati e non da giudici. È stato come uccidere Aldo un’altra volta. Ora spero solo nella Cassazione». Claudia non può dimenticare il silenzio del sindaco Stefàno sulla morte di Aldo. «Lui che rappresenta la città in cui è avvenuta una tale atrocità non ha detto una parola. Non si è preso neanche la briga di mandare un telegramma. E lo stesso hanno fatto altri rappresentanti dello Stato. Devo solo ringraziare i carabinieri. Persone meravigliose che hanno catturato quell’assassino per onorare la memoria di un bravo ragazzo. Ucciso per caso in una strada della città che non aveva mai voluto abbandonare».
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Lunedì 17 Ottobre 2016 - Ultimo aggiornamento: 13:14