Giacomo, l’ultimo struggente saluto
Il vescovo: Taranto non ne può più

“Murì pe’ campà”. La citazione di un indecifrabile autore campeggia su un telo che si affaccia sulla piazza di Roccaforzata, durante la solenne concelebrazione del funerale di Giacomo Campo, l’operaio della Steel Service, di 25 anni, deceduto sabato mattina all’interno dell’Ilva di Taranto. L’ennesima “morte bianca” che consegna nelle mani e nelle teste di un Paese una valanga di emozioni, di riflessioni, di “segni” e di impegni in qualche modo assunti. Uno slogan popolare che diventa monito nelle parole di monsignor Filippo Santoro, l’arcivescovo della Diocesi di Taranto che ha presieduto la messa a cielo aperto: «E a chi ha in capo la responsabilità di garantire un futuro giusto ai figli di Taranto – tuona il presule - dico che il tempo degli intenti è ormai scaduto e che il Signore ci guarda e ci chiede gesti grandi», «Taranto non ne può più. Il lavoro è per la vita, non per la morte», «non è un ineluttabile destino quello che ha falciato la vita del nostro fratello».
 

Gesti grandi. È questa la richiesta di un Dio che si cala tra gli uomini a lenire le ferite e che «in questo momento non è spettatore, non vuole il male dei suoi figli», ricorda Santoro. La vita, sì la vita, di Giacomo Campo, ora, assume una esteriorità completamente speciale: per i suoi amici ha vissuto da “eroe”, per i suoi cari da figlio, da fratello, con la prospettiva di volere diventare padre, premuroso e allegro, come nei progetti sognati insieme alla sua fidanzata. La “fotografia” consegnata alla storia locale e nazionale di questo paese di poco meno di 2mila anime ci induce ad una descrizione inesorabile. Al centro di questo microcosmo c’è finito purtroppo Giacomo, capace di mettere, suo malgrado, insieme tante persone, quelle stesse che anche i più incalliti cronisti licenziano con le classiche espressioni: autorità militari, civili e religiosi. Dette una dietra l’altro, cosi, non in maniera piramidale, anche se la sua storia ha vissuto la “piramide”, la scalata severa e inesorabile della felicità passando per la formazione, il lavoro, gli affetti. Ha lottato, Giacomo, “da leone” – come hanno dichiarato i suoi amici - e se n’è andato da “re”. Ma può dirsi, questa, consolazione? Soprattutto per quei familiari seduti in prima fila, mentre monsignor Santoro insieme ai sacerdoti monsignor Emanuele Tagliente, il parroco di Giacomino, padre Nicola Preziuso e don Andrea Mortato, eleva la loro preghiera a Dio? Domanda e risposta hanno il volto della retorica. «Giacomì, guarda quante personalità sono venute qui per te» – sussurrano i suoi amici. C’è il governatore della Regione Puglia, Michele Emiliano. C’è il prefetto di Taranto, Umberto Guidato. C’è il comandante provinciale dei Carabinieri di Taranto, Andrea Intermite. Il Comandante provinciale della Guardia di Finanza, Gianfranco Lucignano. C’è anche la nuova comandante dei Vigili del Fuoco, Marisa Cesario. E poi ci sono tanti primi cittadini dei comuni vicini insieme al vice sindaco di Roccaforzata, Nicola Pomes.

Tutti visibilmente commossi e partecipi per tutta la funzione religiosa e anche al termine della stessa. E le parole, servono? monsignor Santoro si rivolge ai cari di Giacomino: «Chi vi potrà ridare questo giovane, legato alla vita che voleva metter su casa e famiglia insieme alla sua fidanzata Ilenia? Chi ve lo restituirà? Vi chiedo di essere testardi e audaci nella speranza: Gesù ce lo restituirà». La piazza di Roccaforzata è colma, un mesto “record” di presenze, i negozi sono tutti chiusi per lutto cittadino e soprattutto “in segno di amicizia”.

A meno di due chilometri di distanza c’è lo stesso silenzio. La scuola ha ricordato Giacomo. Tutti hanno parlato e ancora parlano di lui. Gli amici gli dedicano l’ultimo, toccante, sincero, messaggio di affetto e di speranza. Poi un parente chiede aiuto per portare i tantissimi fiori. All’appello si fa avanti Michele Emiliano. Scappa un “bravo Michele”. Un bel gesto che - tradotto - sa ancora di assunzione di responsabilità totale, perché non si può mentire. Non si può tradire. I “segni” degli uomini delle istituzioni che stringono le mani dei familiari e il vero abbraccio con loro, hanno qualcosa di insolito. Come il corteo finale sulle note di un immancabile Vasco Rossi prima e della banda poi: un popolo in cammino accompagnando nella struggente commozione il povero Giacomino, eroe per caso, a sua insaputa, leone per scelta, il cui ruggito adesso è stampato nelle orecchie di chi deve fermare la carneficina. Se non cambia nulla, Giacomì, ruggisci anche da lassù.
 
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Mercoledì 21 Settembre 2016 - Ultimo aggiornamento: 09:37