Facebook o chat sul posto di lavoro, tre licenziati

Facebook o chat sul posto di lavoro, tre licenziati
Un licenziamento per aver postato foto su Facebook durante l’orario di lavoro. Sospensione di dieci giorni per aver pubblicato un post sulla piattaforma virtuale in cui si denigravano orario e condizioni lavorative. Sospensione di tre giorni per essere stata “beccata” a chattare su Whatsapp sul posto di lavoro. Tre casi distinti, un unico messaggio: nell’epoca dei social network e del Jobs Act, occorre fare massima attenzione. Succede a Taranto ma non solo.

Questi tre episodi riguardano il capoluogo jonico ma ormai si moltiplicano a livello nazionale. L’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori (vieta le apparecchiature di controllo a distanza e subordina ad accordo con le rsa o a specifiche disposizioni dell’Ispettorato del Lavoro l’installazione di quelle apparecchiature, rese necessarie da esigenze organizzative e produttive, da cui può derivare la possibilità di controllo) è ormai annacquato e la tendenza giurisprudenziale non è più nettamente favorevole al lavoratore. Anzi.
 
Primo caso. Una Guardia Particolare Giurata è licenziata in tronco per aver pubblicato sul proprio profilo Facebook alcune sue foto in divisa da lavoro. L’azienda monitora quel profilo e contesta alcuni post durante l’orario di lavoro: foto del vigilante in compagnia di alcuni clown all’interno dell’ospedale, un’altra immagine con alcuni colleghi in divisa, anche un tweet. E infine un’altra foto in divisa e giubbotto antiproiettili dinanzi a un portavalori.

Quest’ultimo post fa scattare la massima sanzione dell’istituto di vigilanza che licenzia l’ex dipendente. Lo stesso lavoratore accompagnato dal segretario generale della Fisascat Cisl di Taranto, Antonio Arcadio, lamenta «il mancato accoglimento delle giustificazioni addotte per iscritto entro cinque giorni e persino degli argomenti del segretario generale del mio sindacato nell’audizione concessa dall’azienda».

Niente da fare, azienda irremovibile e licenziamento irrevocabile. Il sindacato rigetta il licenziamento e chiede un incontro ufficiale al prefetto. «Riteniamo che tali rigidità oggettive, gravissime ed eccessive della Direzione non possano essere degradate a mera cronaca perciò abbiamo presentato richiesta di incontro al Prefetto e al Questore di Taranto per denunciare il clima di ritorsione e di paura nei confronti di tutti i lavoratori ionici che potenzialmente si accompagna a decisioni di questo genere».

È la sproporzione della sanzione a essere rimarcata. Lo stesso vigilante ha ammesso la propria responsabilità nell’incontro con l’azienda ma si ritiene eccessiva la decisione «somigliante più che altro a una sorta caccia alle streghe sui generis in un settore particolarmente delicato com’è questo della vigilanza armata che, specie negli ultimi tempi da Nord a Sud, sale spesso agli onori della cronaca per le aggressioni subite dalle guardie giurate, mentre a Taranto città in tempi recenti, proprio per i pericoli oltremodo lampanti che si accompagnano alla loro delicatissima professione, la stessa cronaca si è occupata persino di vigilanti morti ammazzati e, conseguentemente, di famiglie distrutte dal dolore ». Secondo episodio, ancora a Taranto. Altro settore: un’addetta alle vendite si sfoga su Facebook contestando orari di lavoro eccessivi. Dal virtuale al reale: il proprietario decide di sospenderla per dieci giorni. Non è un caso singolo: addirittura in altre circostanze il licenziamento è stato giustificato in quanto il lavoratore con la sua condotta viola l’obbligo di fedeltà all’azienda previsto dall’articolo 2105 del codice civile che si instaura dal momento dell’assunzione.

Per far scattare il licenziamento non occorre che il post sia pubblicato durante l’orario di lavoro: la Corte di Cassazione, infatti, ha stabilito che Facebook è un luogo pubblico e pubblicare su di esso un post denigratorio equivale a pubblicarlo su una pagina di giornale. Terzo episodio. Un’impiegata, nella provincia di Taranto, è “beccata” in ufficio mentre chatta su Whatsapp. Sospensione di tre giorni. Se qualcuno pensa sia un’esagerazione, la Corte di Cassazione si è già espressa in altri casi consentendo controlli relativi a “condotte estranee alla prestazione”.
Insomma, meglio sapere che tutto è tracciabile e la tendenza giurisprudenziale degli ultimi tempi suggerisce di stare molto attenti.
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Lunedì 17 Ottobre 2016 - Ultimo aggiornamento: 13:14